#63. Quattro Mosche di Velluto Grigio (1971)


Quattro Mosche di Velluto Grigio

Quattro Mosche di Velluto Grigio è un film del 1971 di Dario Argento. E’ l’ultimo capitolo della “Trilogia degli Animali”, iniziata con “L’Uccello dalle Piume di Cristallo” (1970) e proseguita con “Il Gatto a Nove Code” (1971). Protagonisti sono Michael Brandon e  Mimsy Farmer (“Il Profumo della Signora in Nero” di Francesco Barilli del 1974); in un ruolo da comprimario anche Bud Spencer che abbandona per una volta lo spaghetti western. Al botteghino, il film riscosse un buon successo, arrivando a 2,3 miliardi di lire.

Anno: ITA 1971

Regia: Dario Argento

Sceneggiatura: Dario Argento

Cast: Mimsy Farmer, Michael Brandon, Jean-Pierre Marielle, Bud Spencer, Marisa Fabbri, Francine Racette, Calisto Calisti

Durata: 102 minuti

Trama

Roberto Tobias è il batterista di un batterista in un complesso. Da tempo si è accorto di essere spiato da un uomo misterioso in impermeabile, quindi un giorno, finite le prove lo segue fin dentro un teatro dove lo affronta, uccidendolo maldestramente proprio con il pugnale che l’uomo aveva con sé.

Il tutto è immortalato da una strana figura con una maschera infantile che fotografa la scena dal loggione.

Roberto inizia ad essere perseguitato da questo strano personaggio che gli invia foto dell’accaduto e la carta d’identità dell’uomo ucciso. Allarmato, si reca dall’amico pescatore Diomede che gli consiglia di assumere l’investigatore privato Gianni Arrosio. Roberto è continuamente ossessionato da un incubo nel quale un uomo viene decapitato; una notte si sveglia di soprassalto e viene aggredito dal persecutore; tornato a letto, finalmente racconta tutto alla moglie Nina.

La domestica di Roberto scopre l’identità del persecutore e prova a ricattarlo ma viene uccisa. Intanto si scopre che Carlo Marosi non è morto ma si era accordato con il persecutore per inscenare tutto con un finto pugnale. Tuttavia dopo l’omicidio della domestica l’accordo salta e l’assassino per rivalsa lo uccide.

Nina prova a convincere Roberto a fuggire con lei ma lui rifiuta e dopo la partenza della moglie, inizia una relazione clandestina con la cugina di lei, Dalia.

Arroisio pur essendo un detective fallito ha fiuto e scopre che il persecutore tempo prima era stato rinchiuso in manicomio per via del rapporto con il padre, ma prima di poterlo comunicare a Roberto, viene ucciso con un’iniezione al cuore, morendo con il sorriso, per essere finalmente riuscito a risolvere il suo primo caso. L’assassino colpisce di nuovo e questa volta a farne le spese è Dalia.

La polizia, non riuscendo ad identificare il personaggio misterioso utilizza una speciale tecnologia che permette di registrare dal bulbo oculare l’ultima immagine vista proprio da Dalia. L’immagine è però strana, perché si vedono quattro mosche una affianco all’altra disposte ad arco.

Roberto decide quindi di affrontare il persecutore e si chiude in casa propria con la pistola per aspettarlo. Arriva però Nina, che lui cerca in tutti i modi di far fuggire per non metterla in pericolo. Mentre la fa uscire di casa, nota il suo medaglione che reca impressa una mosca: l’immagine vista da Dalia era quella della collana che ondeggiava e quindi l’assassino persecutore è lei.

Quattro Mosche di Velluto Grigio 1

Nina estrae la pistola e ferisce Roberto e gli confessa che era stata ricoverata in un manicomio dopo che il padre, che desiderava un figlio maschio, la picchiava e la costringeva a vestirsi da ragazzo. Uscita dal manicomio dopo la morte del padre, si era messa a cercare una persona che gli somigliasse per compiere la sua vendetta e aveva conosciuto Roberto, che ricordava incredibilmente il padre. Quando Nina sta per premere il grilletto viene messa in fuga da Diomede; la donna prende l’auto e scappa ma finisce contro un camion dei rifiuti finendo decapitata, proprio come accadeva di frequente negli incubi di Roberto.

Commento (appassionato)

Il film appartiene al periodo giallo-slasher di Argento e alcune delle tematiche, come quella della pazzia e dei deviati legami familiari saranno riprese in altre pellicole tra le quali “Profondo Rosso” del 1975 con il quale, come vedremo, si notano moltissimi punti in comune, non fosse solo per il fatto che se si esclude lo storico “Le Cinque Giornate”, “Profondo Rosso”, film borderline tra giallo e horror, nella filmografia di Dario Argento segue “Quattro Mosche di Velluto Grigio” e doveva essere il suo quarto film “zoonomico”).

Altra tematica che ricorre di frequente è quella dell’inganno; qui il protagonista crede per buona parte della vicenda di essere un omicida quando in realtà è vittima di una messinscena; in “L’Uccello dalle Piume di Cristallo” si era già manifestato l’inganno della mano col pugnale e in “Profondo Rosso” il protagonista sarà ossessionato da un quadro inesistente.

Nel film il regista inizia a sperimentate quelle particolari soluzione stilistico-estetiche che l’avrebbero contraddistinto negli anni più brillanti della sua carriera: l’uso di campi lunghi molto ampi dei quali vediamo un esempio nelle scene iniziali all’aperto quando Roberto insegue il persecutore e al chiuso, nel Teatro, quando si consuma il finto delitto; gli omaggi all’espressionismo tedesco che in questo film si manifesta nell’indirizzo di residenza del protagonista (via Fritz Lang) e in altri film, come “Suspiria” del 1977 saranno precise scelte di stile, il ruolo fondamentale delle musiche e della colonna sonora, qui orchestrata (come al solito) magistralmente da Ennio Morricone.

Questo giallo è tuttavia atipico in quanto, almeno per la prima parte del film, lo spettatore non deve cercare di scovare l’assassino, che è Roberto, ma il suo persecutore, celato dietro la maschera carnevalesca. La maschera, con la sua espressione candida e bambinesca è una soluzione audace che sa abbastanza di presa per i fondelli. Saranno ben altre le bambole, le maschere e i pupazzi che il cinema successivo sarà capace di portare al successo conferendo loro un’aura più macabra. Come dire i tempi non erano ancora così maturi (nulla a che vedere con il bambolotto meccanico in “Profondo Rosso”).

Quattro Mosche di Velluto Grigio 2

L’atmosfera che permea il film, ambientato in moltissime sue parti nelle tenebre, è quasi onirica e rappresenta uno dei maggiori punti di forza della narrazione e della produzione di Dario Argento in generale.

Il finale con l’assassino ucciso in strada è un’altra situazione che verrà ripresa da Dario Argento nel solito “Profondo Rosso”; nelle due pellicole la morte è quasi una “liberazione” per le sofferenze psichiche dei protagonisti che sono loro malgrado “costretti” a diventare assassini da una condizione familiare estremamente complicata. Il regista sembra quasi concedere loro la morte non tanto come punizione ma come unica via di fuga da una condizione per loro definitivamente irrecuperabile e che, in definitiva, non dipende da loro.

La scena girata a 18000 fps è un capolavoro di tecnica e dà la possibilità allo spettatore di provare angoscia e di collegare la morte di Nina alla decapitazione dell’uomo negli incubi di Roberto, come se si volesse dare a chi guarda la possibilità di “rivivere” tutta la vicenda, così come Nina (ipoteticamente) si vedrà scorrer di fronte la propria vita.

Una piccola menzione sugli attori protagonisti: Dario Argento veniva da un periodo problematico con la compagna e pensò di traslare nella sua opera questo sentimento; anche per questo scelse Michael Brandon che vagamente gli somigliava e Mimsy Farmer che ricorda la sua ex-moglie.

Scena imperdibile

La lunga scena della morte di Dalia, nella quale riusciamo ad assaporare prima lo sconforto, poi la tensione e infine la grandissima paura un attimo prima che la donna sia uccisa.

Quattro Mosche di Velluto Grigio 3

Di pregevole fattura, soprattutto a livello tecnico, anche la scena finale e l’omicidio della domestica all’interno del labirinto durante la notte.

Citazioni

Al condannato vengono legate le mani dietro la schiena, poi viene fatto inginocchiare in pubblico in mezzo a un’enorme piazza. A questo punto arriva il boia: impugna una scimitarra nella mano destra e uno stiletto sottilissimo nella sinistra. Con lo stiletto colpisce dritto alla nuca del condannato che fulminato, si irrigidisce di scatto e allora il boia solleva subito la scimitarra e colpisce il collo che irrigidito dalla stilettata non si piega e la testa “zac”, vola via al primo colpo.

In definitiva

Giallo un po’ più misurato rispetto ad altri del regista che presenta comunque molte delle caratteristiche che rivedremo in altri lavori. Anche per i non amanti di Dario Argento (come me), un film che pur non essendo nell’olimpo merita di essere visto.

Valutazione

Regia 8
 Trama 8
Recitazione 7
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 7
Voto complessivo 7.4
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