#83. Gatti Rossi in un Labirinto di Vetro (1975)


Gatti Rossi in un Labirinto di Vetro

Gatti Rossi in un Labirinto di Vetro è un film del 1975 di Umberto Lenzi. È l’ultimo giallo firmato dal regista prima di virare verso il poliziesco e vede, tra i protagonisti, alcuni attori presenti in altri gialli del periodo: su tutti John Richardson (“I Corpi Presentano Tracce di Violenza Carnale” di Sergio Martino del 1973) e Georges Rigaud (“Una Lucertola con la Pelle di Donna” del 1971, “Tutti i Colori del Buio” di Sergio Martino del 1972 e “Perché Quelle Strane Gocce di Sangue sul Corpo di Jennifer?” di Giuliano Carnimeo, sempre del 1972).

Anno: ITA/ESP 1975

Regia: Umberto Lenzi

Sceneggiatura: Félix Tusell

Soggetto: Félix Tusell

Cast: Martine Brochard, John Richardson, Ines Pellegrini, Andrés Mejuto, Mirta Miller, Daniele Vargas, Georges Rigaud, Silvia Solar, Raf Baldassarre, José Maria Blanco, Marta May

Durata: 89 minuti

101 Parole di Trama (no spoiler)

A Barcellona un gruppo di turisti americani è coinvolto in una serie di delitti nei quali un misterioso assassino uccide le proprie vittime, tutte donne strappandone l’occhio sinistro. Iniziano le indagini della polizia e ad intrecciarsi i sospetti che cadono soprattutto su Mark Burton, amante di Paulette Stone che è invece convinto che la colpevole sia la moglie Anna, malata di nervi e con la quale ormai non ha più rapporti. Ognuno nel gruppo sembrerebbe avere un alibi ma anche un movente e solo dopo molte teorie errate la polizia, in virtù di un prezioso e inaspettato aiuto, incastra il killer.

Commento (appassionato)

Umberto Lenzi in questo film saccheggi a piene mani da una produzione gialla che in Italia, a metà degli anni ’70 aveva ormai visto ogni tipo di situazione e ambientazione. Ne sono un esempio alcuni passaggi del film, chiaro richiamo a pellicole precedenti: un paio di esempi sono rappresentati dalla scena nella quale l’assassino fa in modo che la sua vittima possa avere le chiavi per uscire dal castello solo per poi trovarsi faccia a faccia con lui (ripreso da “I Corpi Presentano Tracce di Violenza Carnale” di Sergio Martino del 1973) o la foto che ritrae per sbaglio l’assassino (ripreso da “Il Gatto a Nove Code” di Dario Argento del 1971) per non parlare del titolo, che schiaccia l’occhio ai titoli “zoonomici” di Argento.

Come nella classica tradizione gialla il film vive di sospetti reciproci tra i possibili carnefici e anche lo spettatore per parte del film ha facoltà di dubitare un po’ di tutti; tuttavia quasi da subito il cerchio si restringe sui due protagonisti e sulla figura del reverendo Bronson, che fa dubitare sul suo coinvolgimento fino agli sgoccioli del film: è lui con una mimica fatta di sguardi fugaci ed espressioni indecifrabili che fino all’ultimo tenta di contendere a Paulette la palma di assassino, ma il ruolo di motore degli eventi della donna è purtroppo abbastanza lampante e ciò toglie un po’ di mistero al film.

È inoltre un grosso peccato che nello svolgimento della storia non venga approfondita la storia dell’assassino e del perché sia spinto ad uccidere. Il titolo infatti durante il film viene solo parzialmente “spiegato”: uno dei protagonisti definirà come “gatto rosso” l’assassino che si muove nel buio e il “labirinto” è la situazione intricata affrontata dal gruppo. Il vetro è la parte mancante e solo nel momento in cui si svela l’assassino riusciamo a capirne il perché.

Non manca, come al solito, la componente softcore, nelle scene che vedono protagoniste Ines Pellegrini e Mirta Miller nei panni della classica (per i gialli all’italiana) coppia lesbo che tenta di catturare l’attenzione del pubblico, riuscendoci in buona parte nelle scene di nudo di un’atleticissima Pellegrini. Sempre presente anche la tematica dell’infedeltà coniugale, che questa volta però si risolve in un lieto fine con la probabile riappacificazione tra Marc e Alma, anche se scaturita da eventi nefasti e catalizzata dal senso di colpa provato dallo stesso Marc per il trattamento riservato negli anni alla moglie.

Relativamente agli interpreti, un po’ troppo ingessata l’interpretazione di John Richardson, molto buona quella di Andrés Mejuto nei panni dell’ispettore di polizia e buona la parte, seppur di ripiego, di Daniele Vargas.

Scena imperdibile

Oltre, ovviamente, alla scena finale che risolve il mistero, è interessante la continua riproposizione della scena della donna morta con il coltello insanguinato come per suggerire allo spettatore che lì è la chiave del film e che suscita nello spettatore stesso il desiderio che il protagonista riesca a ricordare quel particolare che lo porterebbe a svelare i misteri delle uccisioni.

Citazioni

Quello che ho visto era come un gatto rosso che mi passava davanti e spariva tra gli alberi.

In definitiva

Un buon giallo, di sicuro non il migliore del genere, ma onesto e sufficientemente coinvolgente. Un po’ troppe cadute di tensione, con intermezzi quasi grotteschi che vedono protagoniste le varie coppie e le loro traballanti situazioni coniugali. Fa male notare come al giorno d’oggi non esistano più film con titoli così articolati e cervellotici; in questo caso è un bene che il titolo sia criptico, per l’alto valore rivelatore che avrebbe ai fini della trama.

Valutazione

Regia 7
 Trama 6
Recitazione 6
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 7
Voto complessivo 6.6
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7 thoughts on “#83. Gatti Rossi in un Labirinto di Vetro (1975)

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