#90. La Bestia (1975)


La Bestia

La Bestia è un film del 1975 di Walerian Borowczyk. Capostipite del filone zoofilo, vede come protagoniste Sirpa Lane, che diventerà un’attrice-feticcio di tutti coloro che batteranno la strada del genere prima di approdare definitivamente al porno e che rivedremo in “Malabestia” (1978) di Leonida Leoncini e “La Bestia nello Spazio” (1980) di Alfonso Brescia e Lisbeth Hummel che si legherà invece al resista italiano Luigi Russo che la dirigerà nello zoofilo “La Bella e la Bestia” (1977).

Titolo originale: La Bête

Anno: FRA 1975

Regia: Walerian Borowczyk

Sceneggiatura: Walerian Borowczyk

Soggetto: Walerian Borowczyk

Cast: Sirpa Lane, Pierre Benedetti, Guy Tréjan, Marcel Dalio, Lisbeth Hummel, Elisabeth Kaza, Jean Martinelli, Pascale Rivault, Hassan Falle, Roland Amontel

Durata: 104 minuti

101 Parole di Trama (no spoiler)

Il marchese Pierre de l’Esperance sta finalmente per formalizzare il matrimonio tra il figlio Mathurin e la ricca ereditiera Lucy Broadhurst che salverebbe le sorti della famiglia, ormai in declino. Al matrimonio si oppone il duca Rammendelo de Balo, proprietario del castello con il marchese, per timore della profezia che porterebbe alla morte il giovane ragazzo non appena fosse convolato a nozze. Tra l’arrivo della bella Lucy e l’attesa del Cardinale per celebrare il matrimonio, iniziano ad accadere strani eventi, legati alla leggenda di una bestia che si risveglia ogni 200 anni seminando il terrore nel bosco appena fuori dal castello.

Commento (appassionato)

Quello che inizia come un comune porno per cavalli si rivela in realtà essere un porno per pseudo-yeti. Nel mezzo decine di minuti di scene deliranti, oniriche e assurde, dove la trama principale finisce per essere una sottotrama e per sparire nei meandri delle lenzuola sgualcite e dei vestiti strappati.

Incredibilmente, però, “La Bestia” è un film che si lascia guardare a bocca aperta, tra la sconvolgente trama, il nonsense, l’irrealtà, il ribrezzo e il desiderio di vedere quale effettivamente sia lo svolgimento della storia, il suo senso e cosa riservi il finale.

Il fatto che ad ogni sequenza le scene si facciano sempre più forti e assurde, trascina lo spettatore, o meglio il voyeur cinematografico, in un vortice di regressione animalesca che lo porta a chiedere se la scena successiva sarà ancora più estrema, se la storia virerà da qualche altra parte, o se semplicemente tornerà nei binari.

Ma andiamo per ordine.

Il soggetto si basa (molto) vagamente su alcune leggende francesi di una fantomatica bestia antropofaga che Borowczyk prende, rigira come un calzino e stravolge inserendo della pseudo-zoo-pornografia, tematicamente vicina alla sua produzione artistica successiva a e che riscuoterà un breve ma intenso e incredibile successo negli anni a venire, tanto da poter parlare di genere “zoofilo”; il genere entrò anche in Italia nel pieno degli anni della sperimentazione ai limiti della legalità ai confini tra erotismo e pornografia e ci volle poco per i nostri registi staccare l’ultimo (microscopico) brandello di indagine psicologica e drammaticità al filone per trasformarlo a tutti gli effetti in pornografia al 100%: l’assist era troppo goloso per non poter essere sfruttato pertanto sono abbondanti le scimmiottature (alcune pessime come “Bestialità” del 1976 di Virgilio Mattei) del capostipite ufficiale del regista polacco.

Il film in sé è allucinante e delirante e, nonostante il finale sia prevedibile fin dalla prima scena, si riesce comunque a seguire tutta la narrazione che abbonda di scene ai limiti (anzi oltre) della censura e di ogni possibile feticismo e parafilia: masturbazione con fiori, cavalli che si ingroppano, giovincelle lascive che si fanno ingroppare dalle bestie, pederastia, e tante altre cosette che potrebbero riempire senza problemi ogni sezione di un sito porno.

Apriamo anche una piccola parentesi sull’aspetto della bestia: aspetto da diavolo di Tasmania, bocca sempre aperta ed enormemente sbavante, corporatura da yeti e membro che si trasforma da leva del freno a mano a sbrodolante batacchio equino. Il tutto condito da un desiderio animalesco di fiondarsi (come dargli torto) sulla bella Romilda.

Bisogna quindi decidere se il lavoro di Borowczyk sia un ciarpame pornografico fatto per fare scalpore o se sia una narrazione estrema con un significato nascosto.

Il regista, prima di approdare ai lungometraggi a sfondo erotico si è cimentato con successo nella realizzazione di corti surreali, tra i quali spicca “Renaissance” del 1964, realizzato in stop-motion. La “base”, il “manico” sembra che ci sia ma da qui a definire “La Bestia” un’esaltazione alla pansessualità contro le costrizioni sociali che non permetterebbero all’uomo di liberare il suo desiderio di appagamento, qualunque forma esso abbia (con uomini, donne, bambini o animali) il passo è molto lungo.

E’ pur vero che la fulminea evoluzione del personaggio di Romilda da aristocratica suonatrice di clavicembalo ad infoiata e lussuriosa preda con il suo “spogliarsi” dei propri abiti raffinati restando nuda nella natura va in parallelo con l’evoluzione dall’iniziale terrore di essere uccisa dalla bestia al desiderio di farsi possedere e di eccitarla fino alla morte, ma ciò non deve necessariamente essere una metafora della necessità dell’uomo di liberarsi delle convenzioni e delle sovrastrutture sociali per sfogare i propri istinti.

La vicenda di Romilda prosegue in parallelo con quella di Lucy, che passa anch’ella dai vestiti borghesi, ad una camicia da notte praticamente trasparente, fino a strapparsi tutto di dosso per masturbarsi furiosamente accecata dal desiderio e dalla curiosità di farsi possedere dal bruttissimo Mathurin.

Unica coppia normale si rivela quindi essere quella formata dalla figlia del marchese, Clarissa e il dotato maggiordomo di colore Ifany che, tuttavia, non riescono a completare un rapporto sessuale che sia uno dal momento che lui, essendo il maggiordomo di casa è chiamato a gran voce ogni 30 secondi. Poco male per Clarissa, che si consola strofinandosi con la pediera del letto.

Il film in definitiva sembra più una fiaba bucolico-pornografica con dei labilissimi echi di critica alla società benpensante e disgustata dalle manifestazioni di sentimenti e sessualità troppo espliciti. Emblematica, a tal proposito la figura dell’insopportabile zia Virginia Broadhurst, schifata da tutto, dalla natura, dalla Francia e anche dal matrimonio imposto e, soprattutto dalla candida ingenuità della nipote Lucy, eccitata da tutte le novità che le si presentano e curiosa di tutto e che mostrerà, nel prosieguo della storia, un’insospettabile lussuria, innescata dal sogno che vede come protagonista Romilda, utile espediente per dare un senso alla leggenda e alla bestiale condizione del troglodita Mathurin.

Scena imperdibile

Grossa difficoltà nel citarne una. Se dovessi scegliere quelle più deliranti ne rimarrebbero escluse poche, se dovessi scegliere quelle più serie e meno triviali rischierei di non trovarne. Quindi scelgo la scena (comica) della cena durante la quale Mathurin sclera e si rivela essere il buzzurro che è.

Citazioni

I semplici toccamenti con animale, possono essere considerati atti di bestialità? I toccamenti impuri con una bestia non devono mai secondo noi essere passati sotto silenzio nella confessione, come per esempio se per procurarsi una polluzione  una femmina si fa leccare la vulva da un cane o da un gatto o se maneggia le parti sessuali di una bestia fino a farla eiaculare.

(questo piccolo prontuario di peccati di zoofilia punibili con l’inferno è il momento più comico del film)

In definitiva

Un minestrone inspiegabilmente guardabile, nonostante metà film sia condita da un incessante clavicembalo che suona 4 note. Da guardare anche solo per sfida.

Valutazione

Regia 6
 Trama 3
Recitazione 4
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 6
Voto complessivo 5.0
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2 thoughts on “#90. La Bestia (1975)

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