#99. 7 per l’Infinito contro i Mostri Spaziali (1970)


7 per l'Infinito Contro i Mostri Spaziali

7 per l’Infinito Contro i Mostri Spaziali è un film del 1970 di Al Adamson. Il regista, ricordato per la sequela di film trash a bassissimo budget realizzati tra gli anni Sessanta e Settanta che spaziano dall’horror alla fantascienza all’explotation, tra i quali ricordiamo “Attenti…Arrivano le Svedesi Tutto Sesso” (1974), “Cinderella 2000” (1977)  e “Nurse Sherri” (1978) firma in questo caso un film che vede come protagonista John Carradine, padre dell’attore David Carradine, ex-divo in pellicole come “Ombre Rosse” (1939) e Furore (1940) di John Ford e “I Dieci Comandamenti” (1956) di Cecil DeMille. Gi altri protagonisti sono Robert Dix, Vicky Volante e Jennifer Bishop , che collaboreranno ancora con Adamson.

Titoli alternativi: Horror of the Blood Monsters

Anno: USA 1970

Regia: Al Adamson

Sceneggiatura: Sue McNair

Cast: John Carradine, Robert Dix, Vicki Volante, Joey Benson, Jennifer Bishop, Bruce Powers, Fred Meyers, Britt Semand

Durata: 85 minuti

101 Parole di trama (no spoiler)

I vampiri sulla Terra stanno diventando troppo potenti, ma uno scienziato ha scoperto che la loro razza dimora su un pianeta lontano. Viene quindi organizzata una missione per rintracciarla e mettere fine una buona volta alla loro invasione per scongiurare ogni ulteriore pericolo, e viene affidata ad un gruppo di astronauti e ad uno scienziato che vengono in contatto con un pianeta misterioso, simile alla terra, abitato da creature mostruose che una popolazione aliena tenta di soggiogare per una misteriosa sostanza che lì abbonda. Con l’aiuto di una ragazza incontrata sul pianeta gli astronauti cercheranno di difendersi dagli attacchi degli UFO.

Commento (appassionato)

Analizziamo con calma questo delirio in acetato.

Il titolo: “7 per l’Infinito contro i Mostri Spaziali”. La presenza del numero 7, presuppone che ci siano 7 protagonisti, o almeno, chessò, sette astronavi, 7 eroi, insomma 7 qualcosa fossero anche nani, vizi capitali o re di Roma. Invece no. E il bello è che non si capisce neanche quanti cacchio siano i protagonisti. Io sinceramente sono rimasto a 5+1 (contando l’”aliena” dalle strabilianti forme umane). Ma andiamo oltre. Quale titolista malato ha pensato di lanciare questi sette verso l’infinito o meglio “per l’Infinito”? Infatti i nostri eroi, lungi dal viaggiare verso l’infinito, arrivano nel misterioso pianeta dopo “un lungo viaggio cosmico” che in realtà richiede due secondi due di pellicola, e che in realtà dura…chi lo sa? Sappiamo solo che il professore arteriosclerotico aveva correttamente previsto la durata del viaggio in barba alla “sofisticatissima” attrezzatura in possesso della base terrestre. Ma adesso viene il bello: i “Mostri Spaziali”. Queste fantomatiche creature non le vedremo mai. Quello che invece ahimè vedremo sono cavernicoli dai canini aguzzi menarsi con altri cavernicoli senza canini aguzzi in mezzo a scenari finto-preistorici con delle clave di gomma e con delle tecniche vagamenti simili a quelle di un Bud Spencer sotto effetto di acidi. Percepiamo invece la onnipresente voce dei fantomatici alieni che soggiogano mentalmente una delle due tribù di cavernicoli, perché ogni due minuti interrompono la non-narrazione parlando di imperi galattici, raggi mortali, alieni, terrestri e altre cazzate casuali. Oltretutto non sappiamo chi siano, cosa vogliano nè dove siano e non sappiamo neppure il perché tutti ritengono che la loro tecnologia sia estremamente sofisticata dal momento che si cagano addosso appena vedono gli umani al punto di lanciare il loro raggio mortale (leggi “cambio filtro della telecamera”) senza spaventare assolutamente nessuno; anzi nessuno sul pianeta sembra accorgersi del cambio di colore se non imbeccato dal Dott. So-tutto-io. Diciamo quindi che l’unica parola veritiera del titolo è “Spaziali” dal momento che, a quanto sembra, ci troviamo nello spazio o quantomeno su uno sfondo dipinto a guisa di cosmo stellato. Mettendo un attimo da parte il delirio dei titolisti italiani, scopriamo che anche il buon Al Adamson firmò la sua opera come “Horror of the Blood Monsters”, laddove di “horror”, di “mosters” e di “blood” non ce n’è traccia se non nel misero prologo iniziale, completamente sconnesso al resto della “trama”. La miriade di titoli alternativi e di quelli della fase di lavorazione per i quali cito fedelmente IMDb: “Blood Creatures from the Prehistoric Planet”, “Creatures of the Prehistoric Planet”, “Creatures of the Red Planet”, “Flesh Creatures of the Red Planet”, “Horror Creatures of the Prehistoric Planet”, “Space Mission of the Prehistoric Planet”, “Space Mission to the Lost Planet”, “The Flesh Creatures” e “Vampire Men of the Lost Planet” sono un’ulteriore dimostrazione dell’immane confusione mentale del vecchio Al Adamson.

La trama: come avrete ben capito dalla sezione “101 Parole di trama”, non c’è assolutamente alcun filo conduttore in tutta la storia; quindi se da un lato è stato complicato scrivere 101 parole, dall’altro è stato semplicissimo non spoilerare nulla, dal momento che, anche dopo aver visto il film, non capirete cosa succede e perché e soprattutto come la vicenda vada a finire. Un buon esempio della totale inconsistenza di tutto è, per l’appunto il prologo, dove vediamo incauti abitanti terrestri attaccati da “terribili” vampiri che, forti del loro superiore numero (sembra che costituiscano un buon 90% della popolazione mondiale), tendono agguati col favore delle tenebre per suggere dai colli umani il prezioso sangue che necessitano per il loro sostentamento. Tralasciamo per un attimo il fatto che i loro canini siano di un finto che più finto non si può (si vede addirittura una vampira che ne ha due platealmente ricavati da due cannucce), ma è scandaloso che i loro morsi uccidano una persona in due secondi e che lascino sul di lei corpo solo due misere goccioline di ketchup (perché questo è, volgare ketchup).

Lo svolgimento del film è un filino ripetitivo e vagamenteciclico: si parte da una scena della durata media di 1-2 secondi nella quale appare il Dott. Rynning con un’espressione stralunata o infartuata che dice una frase solitamente inutile ai fini della trama o ai fini di ciò che realmente sta accadendo sul pianeta (frequentemente commenti sull’aumento delle radiazioni sul pianeta rivolti all’equipaggio che giustamente, non lo sta a sentire, come fosse un vecchio bisbetico che parla dei giorni della guerra).

7 Contro l'Infinito Contro i Mostri Spaziali 7

Poi l’inquadratura stacca su quella che (penso) sia la sua navetta sullo sfondo del pianeta Astrogeos (in un’inquadratura che ricorda molto il videogame Skyroads) quindi si vedono gli aggeggi scientifici a bordo che si illuminano e una infastidente scritta “POSITIVE” terribilmente decentrata nello schermo e con uno sfondo altamente lisergico alla quale seguono snervante battaglie spaziali tra astronavi-spremiagrumi che si fanno esplodere con orribili raggi luminosi commentate con sarcasmo e sufficienza da l Dott. Rynning che, a quanto pare, non fa nulla per sparare agli UFO, ma si cura solo di lamentarsi della sua stanchezza (si badi bene che allo spettatore medio non è dato capire quale sia l’astronave dei “nostri”, quale quella degli alieni, dove ci si trovi e chi spara a chi); infine si vedono quattro o cinque lampi colorati e la scena si sposta su Astrogeos, ovviamente con un filtro ogni colta di colore diverso (giallo, rosso, verde…) dove assistiamo a infinite lotte tra le tribù di cavernicoli che popolano il pianeta. Il ciclo quindi ricomincia e tutto per la bellezza di 8-10 folte fino a saturare gli 85 minuti di pellicola.

Se cerchiamo di comprendere la trama un po’ più a fondo (ATTENZIONE!!! Potreste subire danni nel farlo) ci accorgiamo una volta di più della completa inutilità del prologo vampiresco: infatti i nostri astronauti-soldati-scienziati partono per andare a distruggere il pianeta natale dei vampiri ma approdano in realtà su un pianeta terrestre (che il Dott. Noia decide di chiamare Astrogeos, “come in una vecchia leggenda sui vampiri”) dove solo una delle uniche due tribù esistenti vive soggiogata dal controllo mentale dei sopracitati vampiri dei quali non sappiamo assolutamente l’ubicazione. In più il dott. Anzianotti continua a ricordare che la missione è di stampo scientifico, quindi in realtà dopo essersi presi i fondi statali per organizzare la missione punitiva i nostri beati eroi vanno a svernare fuori dal sistema solare solo per la gioia della scienza. Hanno però il merito di scoprire quale sia la misteriosa sostanza che funge da potentissimo carburante per le astronavi del pianeta Atmos (qualcosa del genere) che viene chiamata acqua lucente. È della banale e putridissima acqua. FOTTUTA ACQUA!!! Il finale tronco del film (uno dei finali più tirati via in quattro e quattr’otto della storia) con l’esplosione di Astrogeos non risolve nulla, dal momento che salta in aria il pianeta sbagliato e i fantomatici vampiri (e non venitemi a dire che quelli che hanno invaso la terra sono i buzzurri preistorici che si scaccolano a colpi di clava, quelli non sarebbero in grado neanche di spaccare le pietre), se mai sono esistiti, dal momento che sentiamo solo delle voci fuori campo, sono ancora beati sul loro pianeta, convinti più che mai a distruggere i terrestri.

Il sottoscritto, da buon autolesionista, si è sparato pure la versione originale del film che differisce da quella per il mercato italiano: se la nostra comprende una crogiolo di scene tagliate dalla serie UFO ed è più corta di 5 minuti, la versione originale tappa i buchi con inutili scene di sesso (mai mostrato peraltro) tra i due tizi presenti nella sala di controllo a terra che amano fingere di darci dentro in una stanza dove abbondano gli aggeggi tecnologici che ritroveremo anche nell’astronave.

Sia che si prenda la versione originale che quella italiana è comunque doveroso ricordare che il paciugo di trama che salta fuori non è del tutto una personale follia di Adamson, o meglio la sua follia è stata quella di prendere a piene mani metri e metri di pellicola appartenenti ad altri film, tra i quali il film filippino del 1965 “Tagani” di Rolf Bayer (per la parte dei combattimenti tra cavernicoli), “Sul Sentiero dei Mostri” (1940) di Hal Roach e “L’Isola Sconosciuta” (1948) di Jack Bernhard (per quanto riguarda i combattimenti tra dinosauri o pseudo tali) e di metterli insieme nel calderone per andare a sfornare un opera senza capo né coda.

Gli effetti speciali: il buon Al Adamson non ha badato a spese per la realizzazione di questa titanica opera, quindi non si è risparmiato nell’uso di cartapesta, cartone, gomma e plastica (80% del film), mirabolanti inquadrature tragicamente ingrandite di iguane e robe simili per creare l’effetto di mostruosi esseri preistorici, modellini di mostri tipo Loch Ness che si muovono su ruote e binari terribilmente identici alle sorpresine dell’ovetto Kinder, ketchup (su questo in effetti è andato un po’ al risparmio) per creare l’effetto sangue e soprattutto il suo più grande lascito al cinema: filtri multicolor per la telecamera.

7 Contro l'Infinito Contro i Mostri Spaziali mix

Completano il corredo di schifezze degli sfondi colorati dove vengono proiettate le immagini delle navicelle e le navicelle stesse, ricavate dallo spremiarance di Adamson che, chissà perché, girano vorticosamente su se stesse. Come in ogni buon film girato con lo sputo non possono mancare modellini di astronavi tenute su con i fili. Nel complesso, effetti speciali che avrebbero fatto pena negli anni Cinquanta.

7 Contro l'Infinito Contro i Mostri Spaziali 9

I costumi: tutti fatti rigorosamente a mano, credo da dei cambogiani ubriachi, sono per il 40% mutande pelose, per il 40% mutande pelose (ma un filo diverse) e per il 20% tute dai colori discutibili indossate dai prodi astronauti in missione. Fa eccezione in questo tripudio di orrore il costume dell’uomo aragosta che è ancora più orripilante di tutti gli altri messi insieme; questo strambo personaggio spunta dal nulla dall’acqua e nonostante le sue potentissime chele non campa più di 15 secondi.

I dialoghi: durano in media 3 secondi (così come le inquadrature) contribuendo assieme alla lisergica scelta del colore allo straniamento completo dello spettatore. Sono di una banalità disarmante e fuori luogo e quando non sono né uno né l’altro sono delle castronerie fisiche di dimensioni sesquipedali.

I personaggi: nel variopinto e pittoresco cast figurano in ordine crescente di importanza (o ridicolaggine, fate voi, è un po’ la stessa cosa) nientepopodimenoche:

  • Coppia di commentatori sportivi (spacciati per quelli della torre di controllo) che con microfononi degni del miglior Tonino Carino da Ascoli continuano a tediare gli astronauti con i loro inutili dati. Nella versione originali li vedremo darci dentro (con la passione di un becchino) tre o quattro volte.
  • Una donna ridicolmente agghindata alla moda dei tempi, messa lì solo per allietare le pupille dei maschioni, nonostante le sue doti (delle quali dubito fortemente) non siano mai mostrate esplicitamente
  • Un numero imprecisato di astronauti che gli ultimi studi additano come 4 in totale tra i quali: un piacione che ci darà dentro con l’aliena, un alto piacione che tirerà un limone alla sopracitata astronauta donna e due tipi paludosi di cui uno imbraccia uno schioppo della guerra di secessione, notoriamente utile su pianeti extraterrestri e d’altronde attrezzatura di ordinanza di ogni missione che si rispetti.
  • Aliena, unica della sua tribù a vestire quantomeno normale e unica donna decente (a livello di bellezza, non di doti recitative) che si veste di mutande bianche e vestito finto-cavernicola aderente. E poi come ogni buona cavernicola ha sempre capelli in ordine e trucco fatto. Si ricordi inoltre che in virtù del mirabolante ritrovato del Dott. Rynning chiamato “Siero Telepatico” inizia a parlare correttamente la nostra lingua e a provare “sentimenti” umani. Si innamorerà di uno degli astronauti, ricambiata. Ma lui è uno ttto d’un pezzo e non può mettere i suoi deisderi davanti agli obiettivi della missione, quindi non potrà portarla a casa, suscitando in lei una patetica scenata da abbandono. Ma dopo 4 secondi netti cambia idea e dice che possono tornare insieme sulla terra. Risultato: lui muore (o meglio fa finta) e lei non se la fila nessuno venendo quindi lasciata esplodere assieme al suo pulcioso pianeta.
  • Rynning, sul quale è doveroso un po’ di sproloquio. Il personaggio è interpretato da John Carradine, attore di successo negli anni ’40 e ’50 ma finito ad interpretare roba del genere in una fase calante della sua carriera. In lui si possono trovare alcune analogie con il Bela Lugosi del film di Ed Wood “Plan 9 From Outer Space” (e volendo anche “Glen or Glenda”) dal momento che anch’egli, ormai a fine carriera, era arrivato a recitare in pseudofilm giranti con due lire e tre etti di pongo. E in effetti un film del genere non ha nulla da invidiare al “capolavoro” di Wood, visto che entrambi fanno a dir poco pietà. Il personaggio di Carradine interviene ogni 7-8 minuti circa e lo si vede con espressioni interrogative o con la mano sul petto per mimare (o forse no?) un imminente infarto, comprensibile per la sua immensa età. Lui è uno scienziato e lo si capisce solo perché è quello più vecchio (uno del genere non sarebbe MAI stato messo su una navicella) e perché sa maneggiare i sofisticatissimi oggetti di bordo: un distillatore con dei liquidi colorati che si diverte a toccare, pur non conoscendone modo di utilizzo né utilità e dei provettoni simili a supposte di vetro contenenti lucine colorate che sfarfallano ogni inquadratura. Si lamenta per tutto il film con voce prossima alla morte del superlavoro che è costretto a fare per difendersi dagli UFO ma non lo vediamo mai veramente intento a fare qualcosa; lui guarda gli schermi e i missili partono da soli ma pensa bene di dover ammorbare tutti con la sua stanchezza e con i suoi problemi cardiorespiratori per darsi un contegno e dimostrare che anche lui serve a qualcosa.

Scena imperdibile

Assolutamente tutte, ma ancor di più il momento nel quale appare dal nulla e senza che nessuno ne abbia mai fatto menzione un uomo-mostro-aragosta gigante che inizia a beccarsi delle mazzate del cavernicolo di turno, allettato dall’idea di un buon pasto di pesce. Il suo costume entra di diritto nella storia della moda e dello stile.

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Citazioni

Una variazione cromatica nell’atmosfera! Ma questo vuol dire che una forza estranea scompone la luce!

La scissione cromatica provoca una degenerazione geofisica che scatenerà l’esplosione di Astrogeos

È molto triste vedere un mondo che muore

I have no doubt we’ll be equally brilliant one day

(quest’ultima versione originale della frase con la quale si conclude il film)

In definitiva

Opera purtroppo bistrattata, incredibilmente fuori tempo massimo (questa fantascienza era già strasfruttata e ormai morta nei primi ani Sessanta) e completamente dimenticata che non ha avuto la “fortuna” di essere ripescata per l’eterna derisione come le opere di Ed Wood, alle quali non ha nulla da invidiare; Se negli anni Cinquanta abbiamo avuto “Plan 9 From Outer Space” (1956) e nei Sessanta abbiamo avuto “Manos – The Hands of Fate” (1966), gli anni Settanta non possono che avere come icona trash “7 per l’Infinito contro i Mostri Spaziali”. Quando staccherete gli occhi dallo schermo il mondo vi apparirà come un posto migliore sia per l’assenza di uno snervante sfondo multicolor cangiante dal giallo pipì al verde pisello, sia perché non vedrete agli angoli delle strade stuoli di cavernicoli che si ammazzano di clavate. Da vedere per poterci credere.

Valutazione

Regia 0
Trama 1
Recitazione 0
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 1
Voto complessivo 0.6
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6 thoughts on “#99. 7 per l’Infinito contro i Mostri Spaziali (1970)

  1. “Quando staccherete gli occhi dallo schermo il mondo vi apparirà come un posto migliore sia per l’assenza di uno snervante sfondo multicolor cangiante dal giallo pipì al verde pisello, sia perché non vedrete agli angoli delle strade stuoli di cavernicoli che si ammazzano di clavate. Da vedere per poterci credere.”

    xDDDD fantastico

    Liked by 1 persona

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