#101. Esotika Erotika Psicotika (1970)


Esotika Erotika Psicotika

Esotika Erotika Psicotika è un film del 1970 di Radley Metzger, l’ultimo prima di passare alla regia di film per adulti. Protagonisti della pellicola sono Silvana Venturelli, che lavorò con Metzger anche in “Camille 2000” (1969) per finire la carriera con “Veruschka” (1971) di Franco Rubartelli, Frank Wolff, protagonista di molti film di genere in Italia negli anni Sessanta e lavorò sul finire di carriera con Luciano Ercoli in “La Morte Cammina coi Tacchi Alti” (1971) Erika Remberg e Paolo Turco.

Titoli alternativi: The Lickerish Quartet

Anno: USA 1970

Regia: Radley Metzger

Soggetto: Randy Metzger, Michael DeForrest

Sceneggiatura: Michael DeForrest

Cast: Silvana Venturelli, Frank Wolff, Erika Remberg, Paolo Turco

Durata: 90 minuti

101 Parole di trama (no spoiler)

Una coppia borghese annoiata e senza stimoli sta guardando con il figlio quello che sembra una sorta di film erotico vintage al termine del quale decidono di andare a vedere uno spettacolo di motociclisti itinerante che ferma in città. Qui rimangono colpiti da una delle ragazze, copia esatta della protagonista del film appena visionato. La invitano quindi nel loro sontuoso castello per mostrarle il filmato ma iniziata la proiezione, gli attori sembrano diversi. La perplessità lascerà presto spazio ad una serie di incontri che i protagonisti intratterranno con la ragazza per confessarle i loro problemi e la storia delle loro vite.

Commento (appassionato)

“The Lickerish Quartet”, reso in italiano con l’aberrante “Esotika, Erotika Psicotika” forse per agganciarlo seppur in modo molto labile e discutibile alle caratteristiche dei protagonisti, è un film solitamente accreditato come drammatico, ma nel quale la componente erotica è preponderante.

Esotika Erotika Psicotika

Il film trasuda di un erotismo prorompente ma Metzger è abile nel non farlo mai scadere in volgarità gratuita.  L’eros è infatti il topos attorno al quale gira tutta la storia, pardon, la narrazione. La figura della ragazza che si esibisce all’interno di uno spettacolo ambulante, richiama l’attenzione della coppia di coniugi per la sua incredibile somiglianza con l’attrice impressa nella pellicola che i due avevano visionato nel loro castello. La loro passione, ormai sopita da tempo sembra risvegliarsi e, in un escalation di desiderio voyeur, invitano la ragazza ad un party che mai avrà luogo solo per scoprire la verità.

Ho detto prima narrazione e non trama perché, a ben vedere, una trama non esiste, ma il film si presenta come una sorta di enciclopedia delle arti, un film più di impatto visivo che concettuale, un film nel quale si intrecciano per l’appunto tutte le arti umane, dall’architettura alla musica, dalla pittura alla scultura, dalla poesia alla danza, dalla fotografia al teatro per arrivare al cinema, che tutte le riassume.

La splendida fotografia di Hans Jura e le musiche di Stelvio Cipriani, infatti esaltano tutti questi diversi aspetti: l’imponenza architettonica del castello di Balsorano, i dipinti presenti nel castello, sfondo della narrazione quasi poetica del giovane figlio della coppia della sua visione di Santa Margherita, le musiche e le danze nelle quali si cimentano il ragazzo e la ragazza, gli onnipresenti busti di marmo che campeggiano nelle diverse sale e, ovviamente la constante presenza del cineproiettore, l’oggetto chiave del film che permette di raccontare una storia. La sua calda luce verrà in alcuni momenti equiparata a quella del sole in mezzo alle foglie, come se i protagonisti stessero recitando un film in una sorta di esperimento meta cinematografico nascosto, dove non sappiamo chi sia il regista.

Il cineproiettore è l’alfa e l’omega del film e come un uroboro, il mitologico serpente che mangia la propria coda e contemporaneamente si uccide e si rigenera, apre e chiude la pellicola: all’inizio del film mostra ai protagonisti una storia che loro desiderano ricreare, mentre alla fine mostra a quelli che erano gli attori del “found footage” in bianco e nero la storia dei veri protagonisti del film.

La scena finale, che mostra il proiettore accendersi ed immediatamente i titoli di coda sembra dover sfondare la quarta parete, come se il VERO film, la VERA storia sia quella che lo spettatore vive nella sua quotidianità e non quella appena mostrata.

È estremamente complesso attribuire una trama coerente al film, dal momento che per 90 minuti si è sempre sospesi tra realtà, sogno e finzione. Non si riesce a comprendere se il regista ci stia proponendo una storia vera con dei flashback, se degli spezzoni di vite differenti connesse da diverse analogie, o una semplice allegoria della vita.

La figura della ragazza, interpretata dalla meravigliosa Silvana Venturelli, è la chiave di lettura di tutta la vicenda. Lei infatti rappresenta l’anello di congiunzione tra fantasia e realtà e attraverso di lei gli altri personaggi prendono vita aldilà e al di qua dello schermo cinematografico ed è grazie a lei che i protagonisti sembrano rivivere i momenti salienti della loro vita.

Il proprietario del castello, in rotta con la moglie dal quale è accusato di impotenza, avrà la possibilità di sfogare la propria repressione su di lei e fuggire da una vita di film ritrovati e libri l’epoca; la moglie confesserà il proprio senso di “inadeguatezza” per essere stata una scapestrata, accostatasi in gioventù ad una compagnia itinerante ed essere diventata una ragazza madre, accolta per pietà dal futuro marito; infine il figlio, rimasto traumatizzato in gioventù dalla visione dei genitori far sesso e ossessionato dai peccati della carne dopo una visione mistica, probabile reinterpretazione di ciò che aveva visto, riuscirà finalmente a lasciarsi andare. Tutte e tre le storie hanno il comune denominatore del sesso, reso sempre in modo spinto ma misurato allo stesso tempo.

La scomparsa improvvisa della ragazza fa pensare che la sua presenza sia stata in realtà solo una sorta di allucinazione, necessaria ai protagonisti per un’analisi introspettiva della loro personalità. Una volta che la loro vicenda è giunta ad una “felice” conclusione, la narrazione termina e, come in un film, la loro storia è pronta per essere data in pasto a dei nuovi spettatori che vedremo nel finale, assistere alla proiezione.

Le scene lungo le quali si dipana la narrazione sono spesso rese come dei quadri: così è per la scena di passione nella splendida libreria circolare, dalle tinte chiare e dal pavimento che richiama la pagina di un dizionario (o meglio di un’enciclopedia dell’eros, visto che i termini che compaiono sono penis, orgasm, sex, fuck, masturbation, eccetera…) o per la scena di amore “bucolico” tra i due giovani protagonisti con il meraviglioso castello dove si svolge la vicenda sullo sfondo (che pare un quadro di Giorgione).

Esotika Erotika Psicotika 2

Scena imperdibile

La “confessione” della moglie del proprietario del castello sulla propria condizione alla ragazza e il suo irresistibile climax di passionalità

Citazioni

Who has the gun?

Well, one day you’ll find out that crudity is in the eye of the beholder

In definitiva

Un film strano e particolare che sarà indigesto alla stragrande maggioranza. Tuttavia contiene alcuni spunti interessanti e soprattutto una protagonista da leccarsi i baffi.

Valutazione

Regia 6
 Trama 4
Recitazione 5
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 5
Voto complessivo 5.0
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One thought on “#101. Esotika Erotika Psicotika (1970)

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