#119. Django (1966)


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Per iniziare degnamente la rubrica mensile Retrocinema, dedicata agli importati anniversari di uscita di film di culto, oggi si inizia con lo spaghetti-western Django, firmato da Sergio Corbucci e uscito il 6 Aprile di cinquant’anni fa, nel 1966.

Seguite numerosi il blogtour a tema Django su Il Zinefilo e La Bara Volante mentre sul blog Italian Pulp Movie Posters la locandina originale il giorno dell’uscita del film!

Django è un film del 1966 di Sergio Corbucci. Punto di riferimento dello Spaghetti-Western è interpretato da Franco Nero, attore feticcio del regista e icona del genere, che collaborò con lui anche ne “Il Mercenario” (1968) e “Vamos a Matar, Compañeros!” (1970); collaborò in molti film anche con Enzo G. Castellari, che lo diresse in molti western tra i quali “Keoma” (1976).

Anno: ITA 1966

Regia: Sergio Corbucci

Soggetto: Sergio Corbucci, Bruno Corbucci

Sceneggiatura: Sergio Corbucci, Franco Rossetti, Piero Vivarelli, José Gutierrez, Bruno Corbucci, Fernando Di Leo (non accreditato)

Cast: Franco Nero, Loredana Niusciak, José Bodalo, Angel Alvarez, Eduardo Fajardo, Gino Pernice, Remo De Angelis, Simon Arriaga

Durata: 94 minuti

101 Parole di trama (no spoiler)

Django è un pistolero Nordista, disertore dalla Guerra di Secessione che si trascina stancamente mosso dal desiderio di vendetta trasportando una bara verso il confine col Messico; sulla strada incontra Maria, sul punto di essere uccisa da un gruppo di fanatici Sudisti e la salva, uccidendo i suoi aguzzini. Giunto in paese, scopre che il maggiore Jackson spadroneggia nell’area, con l’intenzione di annientare i rivali messicani. Django, assieme alla sua misteriosa bara, sembra avere un conto in sospeso con lui e pianifica la sua vendetta. L’incontro con il messicano Rodriguez sembra provvidenziale ma un ricco bottino d’oro rischia di rovinare tutto…

Recensione & Commento (appassionato)

Il 1966, con più di venti titoli all’attivo, è uno degli anni clou per quanto riguarda il genere definito a suo tempo, con una punta di disprezzo, spaghetti-western: quell’anno infatti uscirono “Le Colt Cantarono la Morte e fu…Tempo di Massacro”, prima incursione nel genere di Lucio Fulci, in seguito autore di gialli e horror, “Quién Sabe?” di Damiano Damiani e soprattutto una delle pietre miliari del genere, “Il Buono, il Brutto, il Cattivo” di Sergio Leone che, oltre ad essere uno dei pochi western all’italiana a ricevere critiche positive pressoché unanimi oltreoceano, consacrò il regista come uno dei direttori più importanti e influenti della storia della cinematografia mondiale.

“Django” fu il primo capitolo di una saga comprendente molti titoli, quasi tutti apocrifi, che hanno in comune la presenza dell’omonimo protagonista e che comprende tra gli altri “Pochi Dollari per Django” di Leon Klimovski e “Django Spara per Primo” di Alberto De Martino, entrambi del 1967, “Preparati la Bara!” (1968) di Ferdinando Baldi, “Django il Bastardo” (1969) di Sergio Garrone, “Django sfida Sartana” (1970) di William Redford (al secolo Pasquale Squitieri), “Arrivano Django e Sartana… è la Fine” (1971) di Dick Spitfire (pasudonimo di Demofilo Fidani), “Django 2 – Il Grande Ritorno” (1987) di Ted Archer unico vero sequel, fino all’ultimo capitolo-remake firmato da Quentin Tarantino “Django Unchained” (2012) dove appare in un cameo proprio Franco Nero, il Django originale.

Franco Nero

Diamo una rapida occhiata ai nomi coinvolti nella realizzazione del film: oltre ai già citati Corbucci e Nero, alla sceneggiatura abbiamo Piero Vivarelli e Fernando Di Leo (anche se non accreditato). Entrambi faranno carriera, il primo come paroliere, scrittore e regista: suo è “Il Dio Serpente” (1970), sue le sceneggiature di “Emanuelle Nera – Orient Reportage” (1975) e “Emanuelle in America” (1976), entrambi di Joe D’Amato;  il secondo divenne invece uno dei più raffinati e sfortunatamente sottovalutati registi italiani, autore, tra gli altri di “Milano Calibro 9” (1972), “La Seduzione” (1973) e “Avere Vent’Anni” (1978). Alla fotografia troviamo Enzo Barboni che fece fortuna negli anni seguenti nelle commedie western all’italiana assieme a Bud Spencer e Terence Hill: sua è la regia di due pilastri come “Lo Chiamavano Trinità” e “…Continuavano a Chiamarlo Trinità” che ancora oggi detiene il record non da poco di affluenza nelle sale per un film con quasi 15 milioni di spettatori. Dulcis in fundo il nome dell’aiuto regista: l’allora sconosciuto Ruggero Deodato che diventerà anni dopo Monsieur Cannibal per le sue regie di “Ultimo Mondo Cannibale” (1977) e soprattutto “Cannibal Holocaust” (1980).

Questo per far capire l’importanza che la pellicola riveste nella storia del genere e di come il personaggio sia diventato un’icona dello spaghetti western; molti dei suoi tratti saranno inoltre ripresi in altri film non appartenenti alla saga: è impossibile non notare affinità tra Django e il Trinità di Terence Hill, nei modi e nell’aspetto fisico, tanto che proprio Hill interpretò il ruolo di Django nel già citato “Preparati la Bara!”.

Django 2

Siamo un popolo di inventori, copiatori e di re-inventori e “Django”, assieme ad altri film del filone spaghetti-western, diede nuovamente popolarità al genere, reinventandolo dopo la crisi che lo afflisse nella patria di origine dove, alla fine degli anni Sessanta, era ormai nella fase discendente della sua parabola e si avviava ad un mesto declino, scalzato da un nuovo tipo di cinema e avversato dalla propaganda antimilitaresca e pacifista che stava attraversando gli Stati Uniti impantanati nella Guerra del Vietnam.

Come da tradizione dello spaghetti-western e in contrapposizione con il genere dalla cui costola nacque, non ci sono nativi americani da combattere, né eroi irreali e troppo mitizzati, anzi.

Django

Django è un antieroe, un emarginato, un uomo senza più patria, che lungi dal guidare la propria gente in una guerra di predominio, di conquista o di superiorità, combatte una guerra personale,dove il confine tra la giusta causa e la vendetta personale è talmente sfumato e labile, che spesso cessa di esistere e un aspetto finisce per fondersi  con l’altro. Django è a tutti gli effetti un uomo che non è riuscito a ritagliarsi un suo spazio nel mondo: è del nord, ha combattuto la Guerra di Secessione con i Nordisti, ma alla fine ha disertato, è amico e contemporaneamente traditore dei messicani, è braccato come un animale dai Sudisti, suoi avversari in guerra; per questo è costantemente spinto malvolentieri alla vendetta.

Il film presenta una fotografia bellissima, nonostante l’ambientazione al confine tra Stati Uniti e Messico non è resa con estrema fedeltà: dove ci aspettiamo di vedere deserti o terre arse dal sole, vediamo sterminate distese di fango; da manuale invece il villaggio di confine e gli interni del saloon: la scena del silenzioso ingresso di Django sarà copiata, o meglio parodiata da Barboni in Trinità. Meravigliosa è anche la colonna sonora, curata da Ivan Bacalov.

Ai tempi il film fu bollato come estremamente violento, anche se in effetti, le due scene più crude sono quelle del taglio dell’orecchio di Jonathan e quella della “punizione” di Django, le cui mani vengono distrutte dal passaggio dei cavalli di Rodriguez.

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Nulla da eccepire nel casting degli interpreti: il quasi abbacchiato Franco Nero ha il ruolo del pistolero triste cucito addosso, Eduardo Fajardo è ottimo nella parte del nordista con il volto da carogna e veramente azzeccata la parte di Gino Pernice nel ruolo dell’infido Jonathan.

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Sul versante femminile, l’unica protagonista è la splendida Loredana Nusciak nel ruolo della creola Maria, mezza messicana e mezza americana mentre le prostitute del bordello sono poco più che comparse. Tuttavia devo spezzare una lancia per l’unica messicana parlante, interpretata da Silvana Bacci che a mio parere riesce a rivaleggiare in bellezza con la sua “antagonista” bionda.

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Due critiche mi sento di fare al lavoro di Corbucci: alcune parti del film sono troppo allungate e fanno perdere ritmo rischiando di cadere nella noia: un esempio su tutte la fuga di Django dal bordello per andare a recuperare l’oro infilandolo nella bara: la MdP segue il protagonista passo dopo passo nei suoi movimenti lenti e silenziosi, ma non trasmette appieno quella tensione derivante dal rischio di essere scoperto.

Altra critica, questa forse più tosta, perché colpisce a cuore l’anima del film, è quella sulla mitragliatrice di Django. Probabilmente sarebbe stato molto più efficace non svelare il contenuto della bara, rendendola una sorta di McGuffin attorno al quale poteva girare la storia: avrebbe lasciato un’ulteriore aura di mistero al personaggio. Quando invece la bara si apre svelando l’enorme mitragliatrice che Django usa come un Rambo ante litteram si perde un po’di quella poesia e di quello spirito casereccio da spaghetti western. Il bello di film come questi sta proprio nel coraggio, nell’astuzia e nella rapidità di mano dei protagonisti, non nella gara a chi ha l’equipaggiamento più rumoroso.

Scena imperdibile

Nonostante non sia la scena che approvo maggiormente a livello di significato, decisamente fondamentale il momento dell’apertura della bara che svela l’enorme mitragliatrice di Django.

Django 5

Anche se l’irrealtà regna sovrana, degna di nota è anche la scena della vendetta finale del pistolero che con tutti i suoi sei proiettili riesce a far fuori i sei Sudisti tra i quali il maggiore Jackson. Poco importa che si odano sette colpi invece dei sei previsti, ma la scena è altamente irreale, con Django che prima non riesce a maneggiare nulla e improvvisamente con precisione da cecchino fa fuori sei persone.

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Citazioni

L’amore me lo sono lasciato dietro tanti anni fa, seppellito sotto la croce di un cimitero.

Il mio nome è Django e finchè starai con me, nessuno ti farà del male.

Ecco Django, ladro e disertore, per me come un fratello!

I cimiteri sono un buon investimento da queste parti…se riesci a farti pagare prima.

In definitiva

Un film che non deve mancare nella bacheca degli amanti dello spaghetti-western e del cinema in generale. Il personaggio è ormai consegnato alla storia del genere e ha avuto enorme fortuna in tutto il mondo. Assolutamente da vedere.

Valutazione

Regia 7
Trama 6
Recitazione 7
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 8
Voto complessivo 7.2
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5 thoughts on “#119. Django (1966)

  1. Perché non conoscevo questo Blog? Male, per fortuna la festa di compleanno di Django mi ha permesso di rimediare 😉 Bellissimo pezzo, e sono anche d’accordo con la tua critica, sarebbe stato bello non rivelare il contenuto della bara di Django, che di sua è già molto metaforica. In ogni caso resta un gran film, un bel pezzo di storia del cinema, non solo di genere. Cheers!

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    1. Grazie Cassidy, anch’io ho visto il tuo blog solo di recente imbeccato da Lucio e ho già addocchiato cose interessanti 😉
      Beh si relativamente alla bara penso ci sarebbero state molte cose meglio di quel cannone fuori luogo, anche una banale colt ma con una grande storia dietro o anche una semplice lettera…

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