#152. Quinto Potere (1976)


Quinto Potere

Quinto Potere è un film del 1976 si Sidney Lumet. Vede come protagonisti Peter Finch, che morì improvvisamente poso dopo l’uscita del film, William Holden, celebre per “Viale del Tramonto” (1950) di Billy Wilder, Faye Dunaway, già apparsa in “L’Inferno di Cristallo” (1974) di John Guillermin e Irwin Allen e Robert Duvall apparso in “L’Uomo che Fuggì dal Futuro” (1971) di George Lucas e “Il Padrino” (1974) di Francis Ford Coppola. Una piccola parte anche per Ned Beatty, famoso per “Un Tranquillo Weekend di Paura” (1972) di John Boorman, “Tutti gli Uomini per Presidente” (1976) di Alan J. Pakula e “Superman” (1978) di Richard Donner.

Anno: USA 1976

Regia: Sidney Lumet

Sceneggiatura: Paddy Chayefsky

Cast: Peter Finch, Faye Dunaway, William Holden, Robert Duvall, Wesley Addy, Ned Beatty, Beatrice Straight

Durata: 121 minuti

101 Parole di trama (no spoiler)

Howard Beale è un famoso giornalista dellaUBS ma per motivi puramente economici viene licenziato con due settimane di preavviso. Distrutto dalla notizia, ricevuta poco dopo essere rimasto vedovo, annuncia in diretta TV che si suiciderà nella settimana. I telegrammi di protesta per il linguaggio utilizzato dall’anchorman creano scompiglio in redazione dove lo si vuol far fuori subito. Ma l’ambiziosa Diana Christensen scorge nello sproloquio di Beale un modo per alzare l’audience che è ai minimi storici e pensa di sfruttare a suo favore la cosa, proprio nel bel mezzo delle trattative per l’acquisto della società da parte degli arabi.

Recensione & Commento (appassionato)

Quando nel 1976 Sidney Lumet si mette al lavor per realizzare “Quinto Potere”, ha già alle spalle una carriera di enormi successi. La sua abilità nel dirigere star acclamate e sfornare prodotti di altissimo livello, specialmente negli anni Sessanta, si mantiene intatta anche negli anni Settanta e forse è proprio con questo film che per la prima volta dirige attori fantastici, ma non divi del cinema o per lo meno interpreti che fino ad allora non erano ancora diventati immortali.

La sua immensa perizia, unita ad una sceneggiatiura che andrebbe fatta studiare nelle scuole, fa si che ai premi Oscar del 1977 il film riuscì a portarsi a casa 4 statuette, tutte “pesanti”: miglior attore protagonista a Peter Finch, migliore attrice protagonista a Faye Dunaway, migliore attrice non protagonista a Beatrice Straight e per l’appunto miglior sceneggiatura a Paddy Chayefsky. Giusto per comprendere l’importanza dei riconoscimenti, Finch superò la concorrenza di Sylvester Stallone per “Rocky” di John G. Avildsen (che vinse invece come miglior film) e di Robert De Niro per “Taxi Driver” di Martin Scorsese, la Dunaway battè Sissy Spacek per “Carrie, lo Sguardo di Satana” di Brian De Palma, la Straight si mise alle spalle una giovane Jodie Forster interprete sempre di “Taxi Driver” e Chayefsky ebbe la meglio su Stallone, sempre per “Rocky”. Da considerare che il film ebbe altre sei nomination, tra le quali quella per l’altro protagonista William Holden, già vincitore dell’Oscar nel 1954. Infine va ricordato che nel cast figura anche Robert Duvall, anch’egli premio Oscar (nel 1984) e con ben altre 6 nomination all’attivo in acrriera.

Il titolo originale, Network, cala immediatamente lo spettatore nell’ambiente dell’imprenditoria televisiva, laddove la traduzione italiana, sebbene sfrutti molto il “gancio” del colossale “Quarto Potere” in originale “Citizen Kane” (1941) di Orson Welles, non è così atroce come altre invezioni dei titolisti italiani del periodo e se si rivela essere invece una ottima metafora dell’importanza della televisione e dell’informazione, equiparate ad uno dei “poteri” dello Stato.

Quinto Potere è un capolavoro assoluto, non tanto per l’interpretazione degli attori o per la regia, che sono comunque superlative, quanto per il profondo significato della storia narrata e per la lucida freddezza con il quale viene messo sullo schermo. La narrazione non è mai banale, mai lenta, mai inceppata; le due ore e passa di film scorrono in modo fantastico senza mai tempi morti, con dialoghi entrati nella storia del cinema nei quali ogni singola frase, ogni singola parola è carica di un significato che supera il confine del film e induce ad una profonda riflessione sul ruolo dei media, della politica e dell’informazione.

Ognuno dei protagonisti e co-protagonisti diventa un’icona, un simbolo di una particolare condizione sociale e di un determinato modo di intendere la vita, il lavoro e la politica.

Howard Beale è indubbiamente il personaggio fondamentale ma lo spettatore non arriverà mai a capire fino in fondo se la sua sia vera pazzia o lucida intelligenza. Il suo umore ondivago, le sue visioni quasi mistiche e la sua lucidità cozzano l’uno gli altri e ogni volta che si è portati a ritenerlo pazzo lo sentiamo sfornare un monologo da applausi che cela una profondità non propria di un folle. In effetti non è possibile comprendere come un uomo “normale” possa arrivare ad impazzire tutto d’un tratto, anche considerando la crisi del matrimonio e il licenziamento.

Quinto Potere

Se sulle prime il suo comportamento sembra davvero dettato non tanto dalla pazzia, quanto dalla disperazione che lo porta ad affermare in diretta TV la volontà di suicidarsi, andando avanti sembra che il suo personaggio sia consciamente costruito, che “ci marci su” e che il “pazzo profeta dell’etere” non sia altro che un nuovo personaggio con la licenza di svelare ogni segreto. Il fatto che Beale sia da tutti ritenuto un pazzo lo rende da un certo punto di vista “innocuo”: una volta che tutti ti additano come pazzo puoi rivelare anche le più grandi verità dell’umanità, ma sarai sempre considerato alla stregua di un ciarlatano.

Diana Christensen è stata invece dipinta in modo efficace da Max Schumacher:

Tu sei la televisione incarnata Diana, indifferente alla sofferenza, insensibile alla gioia, tutta la vita si riduce a un cumulo informe di banalità. Guerre, morti, delitti, sono uguali per voi come bottiglie di birra, e il quotidiano svolgimento della vita è solo un’orribile commedia.

Quinto Potere 4

Lei è una donna che ha sacrificato completamente la sua vita reale sull’altare del dio-lavoro. L’unca cosa che le importa è portare l’emittente al successo, fregandosene dei contenuti e della morale ma guardando solo allo share. Lo si vede da come trasforma un telegiornale in un baraccone di maghi e indovini, fatto di rubriche inutili e lontano dalla sua funzione naturale.

Max Schumacher è il personaggio più triste e più perdente di tutti. Aggrappato ai ricordi dei primi anni in televisione, non riesce a digerire l’evoluzione della TV da mezzo di informazione a show di intrattenimento dove tutto è dettato dal denaro e dall’audience: come Diana Christensen fa notare parlando con Laura Hobbes, non le importano i contenuti politici del programma, ma solo che sia visto. Il suo personaggio è constantemente indeciso e insicuro, tenta in ogni modo di mostrare la sua autorità finendo ogni volta sempre più scornato: quando va a muso duro dal presidente dell’emittente riesce solo a peggiorare la situazione e creare un caso “politico”, finendo per essere licenziato; quando rifugge la piatta vita familiare per l’ultima avventura di un uomo ormai avanti con gli anni, finisce per pentirsi della nuova condizione sperando di poter tornare ad essere solo un padre di famiglia. Il suo personaggio non evolve, non va da nessuna parte e, anzi, è paradossalmente quello che fa la fine più misera.

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Frank Hackett (interpretato da un titanico Robert Duvall) è l’arrivista che sa in cuor suo che avrà sempre qualcuno sopra di lui a manovrarne la carriera ed è sempre combattuto tra la parte del ligio esecutore di ordini e quella del “tirannello” capace di ridurre a semplici comparse i vertici dell’emittente. La sua furia nei confronti degli altri è una semplice valvola di sfogo alle pressioni che gli scaricano addosso i piani alti; quando questa pressione diviene incontenibile fa l’unica cosa rimastagli da fare, dimostrando finalmente di non essere altro che un re senza trono nè scettro e si piega ai più bassi istinti umani. Se non puoi risolvere il problema, rimuovilo del tutto: questa è la soluzione adottata per far fuori (non solo metaforicamente) Beale.

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Una parte marginale ma che riveste a mio parere un’importanza straordinaria nel film è quella di Arthur Jensen, il presidente della UBS. Dopo il suo colloquio con Beale, quest’ultimo diventa un felede ripetitore delle volontà della dirigenza, perdendo la sua aura di “pazzo profeta dell’etere” dalla parte della gente. Il suo periodo da Savonarola televisivo è stato solo una parentesi durante la quale interpretava solamente il desiderio più banale della popolazione: in assenza di una valida alternativa allo status quo l’uncia cosa da fare è urlare e incazzarsi, senza un preciso disegno. Quella dirigenza che voleva farlo fuori adesso lo riaccoglie nell’ovile facendone il più fiero campione della “ragion di stato”. Ormai non è più una questione di audience ma il discorso si sposta sun un piano eminentemente politico: dopo le sue arringhe “sociali” Beale deve convincere nuovamente il pubblico con la stessa forza che ogni singola persona è solo un misero ed insignificante ingranaggio di un meccanismo enormetmente più ampio e non scardinabile. Beale diventa il Jack Torrance dell’emittente che si comporta su di lui come l’Overlook Hotel con il suo “influsso” come visto in “Shining” (1980) di Stanley Kubrick. La UBS così come l’Overlook impone ad uno dei propri “figli” di riportare il gregge nel recinto e declassandolo ad un umile servo dei potenti lo plasma affinchè diventi un ripetitore, un amplificatore della sua volontà. Jack Torrance fallirà nel suo intento, ma sarà comunque accolto nella grande casa-Overlook, sebbene nei ranghi della servitù, mentre Beale, stretto tra il proprio pubblico e la propria dirigenza, troverà una morte meschina, che verrà presto dimenticata, spazzata via da un altro santone o da un nuovo film della settimana.

Ridurre il pubblico ad un massa mansueta di schiavi del potere trova alcune analogie con “Videodrome” (1983) di David Cronenberg, per il fatto che nel film i programmi trasmessi dall’emittente provocano tumori al pubblico: quei tumori che fanno sì che gli spttatori diventino una massa non pensante e acritica.

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Il monologo di Jensen, di un’attualità che fa quasi rabbrividire, è una chiara, quanto tagliente analisi della società coontemporanea nella quale non esistono nazioni, non esistono ideologie e non esiste democrazia: tutto nasce e muore, assume importanza o diventa insignificante solo e soltanto in funzione della sua profittabilità economica. Ogni ideologia, ogni corrente di pensiero, ogni decisione presa va esclusivamente nella direzione del maggior profitto: sta poi alla televisione e ai media in generale giustificarla e darle un senso per le masse. Ecco quindi il grande potere della televisione e dell’informazione: rendere vero e “giusto” ciò che è già stato deciso altrove e non democraticamente. Questo spiega anche l’allergia delle grandi corporazioni alle decisioni democratiche e a tutto ciò che preclude la loro libertà decisionale, questo spega anche la storia del “too big to fail” e del perchè saranno sempre le corporazioni a determinare le sorti della politica e dei rapporti tra quelle che ci ostiniamo a chiamare nazioni ma che in realtà sono ormai solo denominazioni obslete e vuote di significato: perchè la politica, l’informazione e le corporazioni sono punti di vista differenti di una stessa unica “sfera di potere” che controlla il mondo intero.

Un’ulteriore prova della parvenza di democrazia e del vuoto che permea tutta la società ci viene data dalla colossale presa in giro dei vari “movimenti ecumenici”, tutti uguali e tutti uniformati che si riflette nella completa omologazione di tutte le serie TV proposte dal network per risollvarne gli ascolti, tutte fatte di personaggi “burberi ma bonari” tanto cari all’America, quell’America che, come svelato da Beale, ormai è sepre più chiusa e paurosa di uscire allo scoperto, che vuole restare chiusa in casa avvolta dalla sicurezza delle piccole cose: la TV, gli elettrodomestici, la partita della domenica. Ma l’esempio più calzante è quello di Laura Hobbes la cui personalità viene stravolta dall’incontro con il dio denaro: la sua retorica comunista fatta di paroloni figli di un’epoca ormai passata e ancor più vuoti di significato proprio perchè pronunciati negli Stati Uniti, la patria del capitalismo, diventa improvvisamente un monologo che sembra uscire dalla bocca di un magnate della finanza: nei suoi discorsi si sente parlare solamente di compensi, di minuti di diretta, di minacce alla sua autonomia nella programmazione televisiva.

Scena imperdibile

La scelta in questo caso è una delle più ardue mai affrontate su questo blog. L’intensità del film e la sua grande valenza rende ogni singola scena importante, cruciale e a suo modo imperdibile, anche quando pare che si stia assistendo solo ad un momento “di passaggio”. Tuttavia, come già esposto, a mio parere una delle scene chiave è quella del monologo di Arthur Jensen, un pezzo pregiato della storia del cinema che, assieme al discorso sull’avidità di Gordon Gekko in “Wall Street” (1987) di Oliver Stone ben rappresenta le dinamiche del sistema economico-finanziario dell’America e del mondo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta e che può essere trasposto, praticamente pari pari nella società moderna ai tempi della crisi.

Il testo intero del monologo è disponibile nella sezione Citazioni e ve lo ripropongo entusiasta nel video qui sotto

Citazioni

Signore e signori, vorrei a questo punto annunciare che io sarò costretto ad abbandonare questo programma fra due settimane, perché ho un basso indice. Dato che questa era l’unica cosa che mi dava soddisfazione nella vita, ho deciso di suicidarmi: mi farò saltare le cervella durante questo programma, fra una settimana. Quindi, martedì prossimo mettetevi in ascolto. Le pubbliche relazioni avranno una settimana per promuovere lo spettacolo. L’indice d’ascolto dovrebbe salire alle stelle: 50 punti, almeno.

Ieri ho annunciato durante questo programma che io mi sarei pubblicamente suicidato. Chiaramente un gesto da pazzi. Sapete perché l’ho detto? Avevo esaurito le cazzate.

– Mi dicono che è pazzo…
– Solo and intervali.
– E come’è adesso?
– Pazzo da legare.

Non serve dirvi che le cose vanno male, tutti quanti sanno che vanno male. Abbiamo una crisi. Molti non hanno un lavoro, e chi ce l’ha vive con la paura di perderlo. Il potere d’acquisto del dollaro è zero. Le banche stanno fallendo, i negozianti hanno il fucile nascosto sotto il banco, i teppisti scorrazzano per le strade e non c’è nessuno che sappia cosa fare e non se ne vede la fine. Sappiamo che l’aria ormai è irrespirabile e che il nostro cibo è immangiabile. Stiamo seduti a guardare la TV mentre il nostro telecronista locale ci dice che oggi ci sono stati 15 omicidi e 63 reati di violenza come se tutto questo fosse normale, sappiamo che le cose vanno male, più che male. È la follia, è come se tutto dovunque fosse impazzito così che noi non usciamo più. Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma… ma lasciatemi tranquillo!” Be’, io non vi lascerò tranquilli. Io voglio che voi vi incazziate. Non voglio che protestiate, non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore, perché non saprei cosa dirvi di scrivere: io non so cosa fare per combattere la crisi e l’inflazione e i russi e la violenza per le strade. Io so soltanto che prima dovete incazzarvi. Dovete dire: “Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!” Quindi io voglio che ora voi vi alziate. Voglio che tutti voi vi alziate dalle vostre sedie. Voglio che vi alziate proprio adesso, che andiate alla finestra e l’apriate e vi affacciate tutti ed urliate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”[1]. Voglio che vi alziate in questo istante. Alzatevi, andate alla finestra, apritela, mettete fuori la testa e urlate: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Le cose devono cambiare, ma prima vi dovete incazzare. Dovete dire: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!” Allora penseremo a cosa fare per combattere la crisi, l’inflazione e la crisi energetica, ma Cristo alzatevi dalle vostre sedie, andate alla finestra, mettete fuori la testa e ditelo, gridatelo: “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”

Edward George Ruddy è morto oggi! Edward George Ruddy era il grande presidente della Union Broadcasting Systems ed è morto alle 11 di questa mattina di collasso cardiaco e, poveri noi, stiamo affondando nella merda! Così un ricco ometto coi capelli bianchi è morto. Cosa c’entra questo con il prezzo del riso, esatto? E perché io dico “poveri noi”? Perché voi, il pubblico, ed altri 62 milioni di americani, ascoltate me in questo istante! Perché meno del 3% di voialtri legge libri, capito? Perché meno del 15% di voi legge giornali o riviste! Perché l’unica verità che conoscete è quella che ricevete alla TV! Attualmente, c’è da noi un’intera generazione che non ha mai saputo niente che non fosse trasmesso alla TV. La TV è la loro Bibbia, la suprema rivelazione. La TV può creare o distruggere presidenti, papi, primi ministri. La TV è la più spaventosa, maledettissima forza di questo mondo senza Dio, e poveri noi, se cadesse nelle mani degli uomini sbagliati e quindi poveri noi che Edward George Ruddy è morto. Perché questa Società è ora nella mani della CCA, la Communications Corporation of America; c’è un nuovo presidente in carica, chiamato Frank Hackett, al 20° piano nell’ufficio del signor Ruddy e quando una fra le più grandi corporazioni del mondo controlla la più efficiente macchina per una propaganda fasulla e vuota, in questo mondo senza Dio, io non so quali altre cazzate verranno spacciate per verità, qui. Quindi ascoltatemi. Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni e giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere. Quindi se volete la verità andate da Dio, andate dal vostro guru, andate dentro voi stessi, amici, perché quello è l’unico posto dove troverete mai la verità vera. Sapete, da noi non potrete ottenere mai la verità: vi diremo tutto quello che volete sentire mentendo senza vergogna, noi vi diremo che, che Nero Wolfe trova sempre l’assassino e che nessuno muore di cancro in casa del dottor Kildare e che per quanto si trovi nei guai il nostro eroe, non temete, guardate l’orologio, alla fine dell’ora l’eroe vince, vi diremo qualsiasi cazzata vogliate sentire. Noi commerciamo illusioni, niente di tutto questo è vero, ma voi tutti ve ne state seduti là, giorno dopo giorno, notte dopo notte, di ogni età, razza, fede… conoscete soltanto noi! Già cominciate a credere alle illusioni che fabbrichiamo qui, cominciate a credere che la TV è la realtà e che le vostre vite sono irreali. Voi fate tutto quello che la TV vi dice: vi vestite come in TV, mangiate come in TV, tirate su bambini come in TV, persino pensate come in TV. Questa è pazzia di massa, siete tutti matti! In nome di Dio, siete voialtri la realtà: noi siamo le illusioni! Quindi spegnete i vostri televisori, spegneteli ora, spegneteli immediatamente, spegneteli e lasciateli spenti, spegnete i televisori proprio a metà della frase che vi sto dicendo adesso, spegneteli subito!!!

Ieri sera sono salito quassù e vi ho chiesto di alzarvi e di lottare per la vostra sopravvivenza: lo avete fatto ed è stato bellissimo! Sei milioni di telegrammi sono arrivati alla Casa Bianca! L’acquisto della CCA da parte degli Arabi è stato fermato! Il popolo ha parlato! Il popolo ha vinto! È stata una radiosa “eruzione di democrazia”! Però tutto finirà lì, amici. Questo tipo di cose non si ripeterà facilmente: noi sappiamo molto bene in fondo ai nostri cuori terrorizzati che la democrazia è un gigante agonizzante, uno stanco, disfatto, morente concetto politico che si contorce nella sua fine penosa. Non dico che gli Stati Uniti sono finiti come potenza mondiale: gli Stati Uniti sono il più ricco, più potente, più progredito paese del mondo, anni luce più avanti di qualsiasi altro. E non dico che i comunisti si impossesseranno del mondo, perché i comunisti sono più morti di noi. Ciò che è finita: è l’idea che questa grande nazione sia dedicata all’affrancamento, alla floridezza di ogni suo singolo individuo. È l’individuo che è finito! È il singolo, solitario essere umano che è finito! È ognuno di voi altri che mi ascoltate che è finito! Perché questa non è più una nazione di individui indipendenti oramai. È una nazione composta da duecento ed oltre milioni di esseri transistorizzati, deodorrizzati, più bianchi del bianco, tutti profumati al limone: del tutto inutili come esseri umani e rimpiazzabili come pezzi di un’auto. Ebbene, è arrivato il momento di chiedersi se “disumanizzare” sia un verbo così brutto: bello o brutto, la disumanizzazione è in corso! Il mondo intero sta diventando umanoide: fatto da creature che sembrano umane ma non lo sono. Il mondo intero, non solo noi: noi siamo solo il paese più progredito, quindi ci stiamo arrivando prima. Le persone del mondo intero stanno diventando prodotti in massa, programmati, numerati, computerizzati.

Lei ha osato interferire con le forze primordiali della Natura, signor Beale, e io non lo ammetto, è chiaro?! Lei crede di aver solo fermato una trattativa di affari, ma invece non è così. Gli arabi hanno portato miliardi di dollari fuori da questo paese e ora ce li devono riportare. È il flusso e riflusso, l’alta e bassa marea, il giusto equilibrio ecologico. Lei è un vecchio che pensa in termini di “nazioni” e di “popoli”… Non vi sono nazioni, non vi sono popoli; non vi sono russi, non vi sono arabi; non vi sono Terzi Mondi, non c’è nessun Ovest. Esiste soltanto un Unico, un Solo Sistema di Sistemi: uno, vasto e immane, interdipendente, intrecciato, multivariato, multinazionale, dominio dei dollari: petroldollari, elettrodollari, multidollari, reichmark, sterline, rubli, franchi e schekel! È il Sistema Internazionale Valutario che determina la totalità della vita su questo pianeta. Questo è l’ordine naturale delle cose, oggi. Questa è l’atomica e sub–atomica e galattica struttura delle cose oggigiorno. E lei ha interferito con le primordiali forze della Natura! E lei dovrà espiare. Capisce quello che le dico signor Beale? Lei si mette sul suo piccolo schermo da 21 pollici e sbraita parlando d'”America” e di “democrazia”… Non esiste l’America, non esiste la democrazia! Esistono solo IBM, ITT, AT&T, Dupont, DOW, Union Carbide ed Exxon. Sono queste le nazioni del mondo, oggi. Di cosa crede che parlino i russi nei loro consigli di Stato? Di Carlo Marx? Tirano fuori diagrammi di programmazione lineare, le teorie di decisione statistica, le probabili soluzioni, e computano i probabili prezzi e costi delle loro transazioni e dei loro investimenti: proprio come noi. Non viviamo più in un mondo di nazioni e di ideologie, signor Beale: il mondo è un insieme di corporazioni, inesorabilmente regolato dalle immutabili, spietate leggi del business. Il mondo è un business, signor Beale: lo è stato fin da quando l’uomo è uscito dal magma. E i nostri figli vivranno, signor Beale, per vedere quel mondo perfetto, in cui non ci saranno né guerra né fame né oppressione né brutalità: una vasta ed ecumenica società finanziaria per la quale tutti gli uomini lavoreranno per creare un profitto comune, nella quale tutti avranno una partecipazione azionaria, e ogni necessità sarà soddisfatta, ogni angoscia tranquillizzata, ogni noia superata.

In definitiva

Un pilastro della storia della cinematografia che merita di essere visto e rivisto; caustico e ancora modernissimo dà un’idea molto ben precisa di cosa significhi fare politica, impresa e informazione nel mondo moderno. Assolutamente imperdibile

Valutazione

Regia 10
 Trama 9
Recitazione 9
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 10
Voto complessivo 9.6
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6 thoughts on “#152. Quinto Potere (1976)

      1. Durante una riunione in ufficio è il tizio con l’abito azzurro, se non sbaglio. Nella sua autobiografia Lance ha rivelato che all’epoca non sapeva leggere, ha imparato tardissimo, e faceva solo finta di leggere i copioni! Curiosamente qui il suo personaggio è assorto nella lettura 😛

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  1. Film che ho visto una volta ispirato da un vero suicida in diretta di una giornalista,il monologo purtroppo oggi e ancora più vero,in Italia la gente si arrabbia inutilmente per il calcio,una volta incontrai un ragazzo sun treno che studiava psicologia e gli dissi che da noi suonavano cover band di Ligabue e Vascorossi e mi rispose che era perchè non offrivano alternative a livello musicale,infatti e vero tutto ,non danno mai una scelta differente.

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