#163. Violenza in un Carcere Femminile (1982)


Violenza in un Carcere Femminile

Quando Joe D’Amato passò il testimone a Bruno Mattei. E per testimone si intende Laura Gemser. Per lei un WIP al 50%.

Violenza in un Carcere Femminile è un film del 1982 di Bruno Mattei (accreditato come Vincent Dawn) e Claudio Fragasso. E’ il settimo capitolo della saga italiana di Emanuelle, dopo “Emanuelle Nera” (1975) di Bitto Albertini e i titoli di Joe D’Amato “Emanuelle Nera – Orient Reportage” (1976), “Emanuelle in America” (1976), “Emanuelle – Perchè Violenza alle Donne?” (1977), “Emanuelle e gli Ultimi Cannibali” (1977) e “La Via della Prostituzione” (1978). Vede come protagonisti come al solito Laura Gemser e Gabriele Tinti. Una parte importante anche per Lorraine De Selle, già vista in “KZ9 – Lager di Sterminio” (1977) di Bruno Mattei, “La Casa Sperduta nel Parco” (1980) di Ruggero Deodato, “Vacanze per un Massacro” (1980) di Fernando Di Leo e “Cannibal Ferox” (1981) di Umberto Lenzi.

Anno: ITA 1982

Regia: Bruno Mattei (con lo pseudonimo Vincent Dawn), Claudio Fragasso

Soggetto: Ambrogio Molteni

Sceneggiatura: Ambrogio Molteni, Olivier Letaif

Cast: Laura Gemser, Gabriele Tinti, Maria Romano, Ursula Flores, Lorraine De Selle, Françoise Perrot, Jacques Stany, Leila Ducci, Franca Stoppi, Franco Caracciolo, Raul Cabrera

Durata: 99 minuti

101 Parole di Trama (no spoiler)

Emanuelle si finge pazza per farsi ricoverare in un carcere femminile. Sul posto si accorge che la situazione è peggio di quanto si racconti: le detenute, spesso innocenti sono trattate come animali, soggette ad abusi, picchiate, violentate e messe le une contro le altre. La sadica direttrice del carcere è una lesbica repressa che gode dello spettacolo delle prigioniere costrette a scambiarsi effusioni per poi essere picchiate. Tra tutti spunta la figura del dottor Moran, in carcere per aver praticato l’eutanasia alla moglie, che, invaghito di Emanuelle, cercherà di aiutarla ad evadere perchè racconti al mondo i fatti del carcere.

Recensione & Commento (appassionato)

Pur facendo parte della serie di Emanuelle definita ufficiale, sebbene anche la “nostra” serie italiana sia in realtà una saga spuria, derivata dal frqancese “Emmanuelle” (1974) di Just Jaeckin (ma con una “M” sola), “Violenza in un Carcere Femminile” fa parte della seconda metà della serie che inizia con “La Via della Prostituzione” (1978) di Joe D’Amato e si differenzia dalle altre per l’assenza del nome della protagonista nel titolo e per una generale sofferenza della trama che nelle mani di Mattei, virerà verso altri generi, segnatamente il WIP.

Violenza fu girato da Mattei in contemporanea a “Blade Violent – I Violenti”, anch’esso di ambientazione WIP.

L’operazione di Mattei, volta sicuramente ad attrarre più persone possibile nelle sale sfruttando il nome di Laura Gemser che risuonava ancora nei pantaloni di molti ragazzi (e non) che l’avevano apprezzata nel decessio precedente, si rivela, a conti fatti, fallimentare. Non aver messo nel titolo il nome della protagonista sicuramente non è stata una mossa saggia, me non lo è stato neanche lasciare alla Gemser una parte marginale della storia.

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Se è vero che la narrazione ruota comunque intorno a lei che è il motore degli eventi (tra i quali la “conversione” di Pilar e la ribellione del Dottor Moran), è pur vero che nei 99 minuti di film, Emanuelle (che agisce sotto lo pseudonimo di Laura Kendall) è solo una tra tante. Anzi, tra tutte le prigioniere è quella che mostra meno, ovviamente in termini di nudo, che è il cardine attorno al quale la serie di Emanuelle fece fortuna.

Vediamo anzi catfight e zoccolone che si spogliano davanti alla finestra, mentre alla nostrea povera Laura Gemser restano le scene più marcatamente WIP: subisce torture, viene massacrata dai topi, viene bastonata e rinchiusa, mentre le altre sì, si picchiano, ma pure lescbicano prepotentemente e fanbno a gara a far finta di non volersi mostrare nude, quando invece mettono in bella vista il loro corredo di poppe.

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L’erotismo della pellicola è molto fine a se stesso e non si vede in nessun modo un minimo disegno da parte della regia: il mantra è mettere tette ovunque e stop. Le scene erotiche non solo occupano la maggior parte del film, ma a volte sono così lunghe che diventano quasi nauseanti.

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La scena del rapporto lesbo voyeuristico tra xxx e xxx con xxx che sta a guardare ammazzandosi di piacere ma senza neanche sfiorarsi ad esempio dura una decina di minuti e se sulle prime non lascia indifferenti, andando avanti, vuoi anche per il faccione sudato da “vorrei ma non posso” della sadica direttrice, comincia a diventare stantia e proprio la direttrice mette fine a sto scempio bastonando (con un manganello 100% gomma) le due incaute lussuriose. A proposito i manganelli dei carcerieri sono la cosa più irritante del film e sono io classici manganelli di gomma che si usano a carnevale (e inoltre quando vengono usati nel film fanno proprio il rumore della plastica!)

Altro punto ciccato da Mattei è quello relativo all’ambientazione. L’idea era quella di rinnovare il ciclo Emanuelle cambiando un po’ le carte in tavola. La protagonista è sempre l’affascinante reporter di colore, ma questa volta no gira in lungo e in largo per il globo alla ricerca di scopp ma si fa incarcerare sotto falso nome per denunciare la sfilza di abusi commessi dalla direzione. Tuttavia l’atmosfera WIP lascia molto a desiderare, o meglio dei due aspetti del genere, ovvero le donne disinibite in prigione e le torture loro inflitte, Mattei si concentra esclusivamente sulla prima.

Un WIP  a metà.

Tuttavia, e mi meraviglio nel dirlo, “Violenza in un Carcere Femminile” è probabilmente uno dei migliori film di Mattei ed è anche un film a suo modo godibile, anche se non certo per la trama.

Degna di nota la scena nella quale la Gemser viene divorata dai topi, anche se non si spiega perchè rimanga lì a farsi mangiare quando potrebbe tranquillamente spostarsi

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Scena imperdibile

Abbiamo detto che Mattei più che sulle torture si concentra sulle poppe…e poppe siano!

A tal proposito cito rapidamente: le poppe di xxx affacciata alla finestra della propria cella…

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La scena della lesbicata delle due carcerate, voyeurizzate dalla direttrice…

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e perchè no, l’unico catfight degno di nota, quando Emanuelle si ribella alle consegne e trasforma la rissa non in una lotta nel fango, ma in una certo meno nobile lotta nella merda.

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Ci sono alcune scene, alcune quasi comiche, che vanno ricordate nel film. La prima è quella che vede l’effeminatisssssssimo Leandro, interpretato da Franco Caracciolo che rivedremo nel ruolòo di spocchioso giornalista nel mitologico “L’Allenatore nel Pallone” (1984) di Sergio Martino, lamentarsi per il trattamento ricevuto con il Dottor Moran. D’altronde lui è “troppo buono” per rifiutarsi di dar via il culo.

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Sempre Lenadro si rende protagonista di una scena ai limiti dello sketch comico quando cerca di “vendersi” ai compagni di prigionia rimasti inebetiti a guardare le soffici poppe di xxx, afgfacciatasi a mostrarle alla finestra manco fosse il Papa.

Vistosi ignorato, il povero checcone cerca di strattonare tutti per attirare l’attenzione con il risultato di essere accerchiato e gonfiato come un’orso. Percosse che oltretutto gli causeranno la morte (una delle più irreali, esagerante e meno “sentite” che il cinema ricordi).

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Citazioni

Quanti riguardi per queste puttane

Il culo di Leandro è di tutti!

In definitiva

Un film stranamente guardabile, non a livello dei titoli cult che lo precedono ma comunque un film meno infame di quello che mi sarei aspettato.

Valutazione

Regia 5
 Trama 5
Recitazione 2
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 5
Voto complessivo 4.4
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2 thoughts on “#163. Violenza in un Carcere Femminile (1982)

  1. Grazie per la citazione 😉
    Essendo io immune dal fascino di Mattei e della Gemser (algida bellezza magrolina a cui preferisco le generose forme dela riccia popputa del film!) non ho apprezzato il film: prima il WIP italiano riusciva ad essere un atto di denuncia sociale, con l’arrivo di Emmanuelle sembrano entrare in ballo fattori sessuali che fanno cambiare completamente il genere. E sì che invece quella del personaggio dovrebbe essere un’inchiesta giornalistica!

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