#170. V/H/S/2 (2013)


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Flash review (potrebbe contenere spoiler): Due tipi guardano delle cassette con gente che muore

V/H/S/2 è un film del 2013 di registi vari, costituito da 4 cortometraggi differenti. E’ il sequel di “V/H/S” uscito nel 2012 e firmato da diversi resgisti, con il quale condivide la struttura “a episodi”. Nel 2014 uscì il terzo sequel, “V/H/S: Viral”.

Anno: USA/CDN/INA 2013

Regia: Simon Barrett, Jason Eisener, Gareth Evans, Gregg Hale, Eduardo Sánchez, Timo Tjahjanto, Adam Wingard

Sceneggiatura: Simon Barrett, Jason Eisener, Gareth Evans, Gregg Hale, Eduardo Sánchez, Timo Tjahjanto, Adam Wingard

Cast: Lawrence Michael Levine, Kelsy Abbott, L.C. Holt, Simon Barrett, Mindy Robinson, Adam Wingard, Hannah Hughes, John T. Woods, Casey Adams, Jay Saunders, Fachry Albar, Hannah Al Rashid, Oka Antara, Andrew Suleiman, Epy Kusnandar, R R Pinurti, Riley Eisener, Rylan Logan, Samantha Gracie, Cohen King, Zach Ford, Josh Ingraham, Jeremie Saunders, Hannah Prozenko

Durata: 96 minuti

101 Parole di trama (no spoiler)

Due investigatori indagano sulla scomparsa di un ragazzo e si recano a casa sua dove non trovano nulla se non una sala piena di videocassette e un suo video sul computer. Nei diversi VHS si vedono la storia di un uomo al quale è impiantato un occhio bionico che gli dà la possibilità di vedere i morti, la trasformazione di un ciclista in zombie e la sua lotta per accettare la nuova condizione, la storia di un “santone” di una setta che recluta donne e bambini e che conduce pratiche riprovevoli e il racconto di un’invasione aliena durante un pigiama party.

Recensione & Commento (appassionato)

Se “V/H/S” aveva ridato un po’ di slancio al filone found footage, nessuno poteva immaginare che il sequel avrebbe migliorato ulteriormente quanto di buono fatto nel primo capitolo.

Pur seguendo la moda del sequel, autentica malattia, assieme al reboot, del secondo decennio del terzo millennio, “V/H/S/2” è insolitamente gagliardo e, seppure non innovando quasi su nulla, riesce a porsi un gradino sopra il capostipite della saga.

Intendiamoci, anche questo film non è esente da colpe e mancanze. Se nel primo capitolo avevo criticato la “cornice” ai vari cortometraggi, definendola quasi insulsa, in questo sequel non posso dire di meglio, anzi. Qui non c’è neppure un minimo pretesto nel mettersi a vedere le videocassette, se non quello di una morbosa e inutile curiosità.

Questa volta sono 4 i cortometraggi che compaiono nel film e, a parte l’ultimo, sono tutti a loro modo interessanti. Per l’appunto l’ultimo corto, girato da Jason Eisener, è decisamente il più deludente. Come recita il titolo, “Slumber Party Alien Abduction”, vediamo un’accozzaglia di ragazzini idioti che nel bel mezzo della notte vengono rapiti dagli alieni, il tutto filmato dalla GoPro installata sul collare del cagnolino. La cosa che mi fa girare ancora di più i coglioni è che nell’ultimo fotogramma vediamo pure il cagnolino a terra sanguinante che sta per morire. Iper pollice giù.

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Il primo episodio, “Clinical Trials” invece è girato da Adam Wingard. Non è assolutamente nulla di eccezionale e fa troppo leva sugli spaventarelli e sul volume della musica. La storia è quella di un uomo al quale è stato impiantato un occhio bionico che registra 24 ore su 24 e che ha l’idiotissimo difetto di far vedere i morti. Una delle idee più dementi che potessero esserci in circolazione. Ovviamente inizierà a vedere bambine morte e panzoni squartati ovunque. Viene poi buttata nella storia senza un perché una donna sorda che ha un apparecchio che le fa percepire i morti (ecco, forse questa idea è ancora più demente della storia dell’occhio che fa vedere i morti) che spiega al ragazzo che basta ignorare le visioni affinchè queste non lo tormentino; al contrario interagendo con loro, queste si presenteranno sempre più vivide. La mollezza del corto è sottolineato dalla necessità di piazzare lì due poppe al vento giusto per destare un po’ d’attenzione.

***ATTENZIONE SPOILER*** Il fatto che alla fine, pur togliendosi l’occhio, il protagonista venga comunque ucciso dagli spiriti-che-non-erano-mica-tanto-spiriti toglie all’occhio bionico la sua raison d’etre rendendo l’episodio troppo scarico per ciò che riguarda i contenuti ***FINE SPOILER***

Spaventarelli a parte l’atmosfera è comunque abbastanza tesa e ci si aspetta sempre qualcosa di terrificante, seppure il tutto è confezionato in modo un po’ “accademico”

Il secondo episodio, “A ride in the park” è decisamente il migliore di tutto il film e quello che offre l’innovazione che mancava nel precedente.

Se per i primi 5 minuti ero pronto a saltare a piè pari il corto, per via della trama più scontata della roba che sta per andare a male (un uomo che trova una donna-zombi che lo assale trasformandolo in zombi), con il passare del tempo si capisce il senso dell’episodio e il vero colpo di genio.

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In un panorama cinematografico trito e ritrito di zombi in tutte le salse, nessuno aveva mai pensato (credo) di guardare il tutto proprio dagli occhi dello zombie e non della vittima. Con l’espediente della telecamera installata sul casco del ciclista, vediamo la sua progressiva trasformazione in mostro (o meglio la intuiamo), il suo desiderio di assalire altri umani ma percepiamo anche il suo tentativo di resistere agli impulsi bestiali della sua nuova condizione. Tra grugniti e urla agghiaccianti, tra ciondolamenti e banchetti di budella, lo vediamo quasi succube della sua nuova condizione e impossibilitato a cambiarla, quasi fosse il protagonista de “La Metamorfosi” di Kafka, che capisce la sua trasformazione in scarafaggio ma conserva una coscienza umana.

Nonostante, assieme ad altri neo-zombi, invada famelicamente una festa di compleanno di bambini, facendo una strage, ad un certo punto della storia quasi simpatizziamo per lo sfortunato protagonista, intrappolato nelle sue nuove mostruose vesti, fino al finale, durante il quale lo zombie, dopo aver sentito la voce della fidanzata al telefono, per un attimo rinsavisce, si vede specchiato in vetro e capisce che la sua condizione non è altro che una prigione. ***ATTENZIONE SPOILER*** Con l’ultimo barlume di lucidità decide quindi di impugnare il fucile e spararsi in testa ***FINE SPOILER***

L’idea rivoluzionaria è quindi quella di mostrare lo zombie non (solo) come una bestia assetata di sangue, ma di rivelare anche i suoi sentimenti e le motivazioni che lo spingono, controvoglia, ad andare in cerca di carne umana. Non a caso il corto è firmato da un nome storico del found footage, Eduardo Sanchez, colui che ha iniziato alla grande il genere con “The Blair Witch Project” (1999).

Il terzo corto, “Safe Haven” è girato da Gareth Evans e dall’indonesiano Tjahjanto, auentico guru dell’horror nel sud-est asiatico. La storia parte un po’ col freno a mano ma man mano che si sviluppa, la velocità aumenta alla grande trasformando un sonnolento episodio in un apoteosi di gore, dove splatter e sangue a carriolate la fanno da padrona e dove salta fuori anche Satana in persona nella sua raffigurazione più animalesca (muso caprino e corpo alato).

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La storia in sé forse difetta un po’ di linearità e sembra a tratti fin troppo surreale anche per un horror ma il bagno di sangue al quale assistiamo negli ultimi vorticosi minuti vale da solo il prezzo del biglietto. Suicidi di massa, probabilmente a fatti tristemente noti, morti che ritornano in vita come zombie, demoni che squarciano il ventre di donne incinte in un mix tra il Cronenberg di “The Brood” (1979) e il Polanski di “Rosemary’s Baby” (1968), corse a perdifiato, calci, pugni, fanatismo religioso, possessioni varie, bambini sinistri. Insomma c’è praticamente tutto l’horror condensato in una manciata di minuti.

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Non vi parlo del pesante ultimo corto che mi ha veramente fatto solamente girare le palle: è come andar fuori a cena, mangiare divinamente e poi concludere con un dolce che fa schifo o con un caffè imbevibile.

Come anticipato la cornice a tutto difetta molto e io francamente l’ho trovata più insulsa di quella del primo capitolo; ***ATTENZIONE SPOILER*** Il ragazzo intento a registrare il suo personale video che si spara in testa e rimane vivo come niente fosse ma con un lingua enorme penzolante più che terrore fa quasi ridere. Salvabile invece il momento in cui l’investigatore giarda il video scoprendo che il tutto è successo pochi secondo prima del loro arrivo ***FINE SPOILER***

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Molto citazionista lo spider walk dell’investigatrice nel finale, chiaramente tratto da “L’Esorcista” (1973) di William Friedkin.

Scena imperdibile

Vengono quasi tutte dal terzo episodio, “Safe Haven”, quello decisamente più sanguinolento di tutti. E sono le scene che accelerano la narrazione fino al devastante finale. Bellissime (cinematograficamente parlando) le scene del “preparto” di Satana, fantastico il momento qui sotto, quando il santone posseduto dall’entità demoniaca lancia un grido gutturale prima di esplodere in un mare di sangue e budella sfracellate. Insomma, non adatto come aperitivo ma tanta roba.

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Citazioni

Più interagisci con loro, più riusciranno a toccarti

In definitiva

Se il precedente film si era guadagnato una sufficienza meritatissima, questo gli va appena sopra. Ci sono ancora alcune cose da limare, c’è il grande contro di un sottogenere che ormai ha quindici anni, ma un’altra sufficienza piena la merita.

Valutazione

Regia 7
 Trama 6
Recitazione 6
Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) 6
Voto complessivo 6.2
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3 thoughts on “#170. V/H/S/2 (2013)

  1. A mio avviso se la tecnica del Founf Foutage ha sfornato qualcosa di meritevole, è proprio l’episodio diretto da Gareth “The Raid” Evans, che consiglio a tutti a destra e a manca. Una bomba adrenalinica girata alla grande. Dopo questo, possiamo prendere l’FF è gettarlo in un pozzo profondissimo per dimenticarcene 😉 Cheers

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