Flash review (potrebbe contenere spoiler): La storia della Sig.ra Rottenmeier prima che venisse licenziata e trovasse lavoro a casa di Clara.
Gli Orrori del Liceo Femminile noto anche con il titolo originale La Residencia è un film del 1969 di Narciso Ibáñez Serrador
Anno: ESP 1969
Sceneggiatura: Luis Peñafiel
Regista: Narciso Ibáñez Serrador
Cast: Lilli Palmer, Cristina Galbó, John Moulder-Brown, Mary Maude
Durata: 98 minuti
Recensione & Commento (appassionato)
Quella dei titolisti italiani è una stirpe che nella storia in molti casi ha fatto più danni della grandine. Ad uno che si accosti per pura curiosità a “Gli Orrori del Liceo Femminile” vengono probabilmente subito in mente due cose: un horror e uno stuolo di liceali, magari disinibite, magari nude, alle prese con situazioni pruriginoso-terrificante. E magari succede pure che il suddetto rimanga parecchio irritato e con le balle girate nello scoprire che nulla di tutto ciò apparirà in più di un’ora e mezza di visione. Poi però va a vedere il titolo originale del film, il più neutro “La Residencia” e capisce che è stato perculato alla grande. La moda di affibbiare titoli lunghi e con echi di questo o quel genere non è certo pratica solo italiana ma diciamo che noi ci siamo dati parecchio da fare e questo film di Ibáñez Serrador non è altro che un’altra vittima del sistema acchiappa-gonzi.
Ovviamente dimenticatevi giovani ragazze in atteggiamenti tipici da decamerotico o commedia sexy nè situazioni estreme di un qualsiasi Women in Prison. Ma non aspettatevi neanche l’orrore. La Residencia (cito il titolo originale che almeno non promette nulla di che) ci propone un collegio ottocentesco per ragazze problematiche gestito da un’inflessibile direttrice e ci racconta le storei di quel che succede tra le varie protagoniste, senza che si arrivi mai al dunque. Molte recensioni online parlano di “misteriosi omicidi”, un “assassino che fa sparire i corpi”, “si pensa alla sparizione delle ragazze”, ma mi chiedo se tutti abbiano fatto copia e incolla dal primo che ha scritto una roba del genere (senza peraltro aver visto il film), se io sia stato l’unico a vedere un film diverso o se coloro che ne hanno parlato abbiano visto solo dieci minuti di film con le scene salienti.
Se dobbiamo parlare di un horror/thriller, sempre che il genere non sia stato attribuito al film dagli stessi che hanno fatto il titolo/scritto le recensioni, allora siamo proprio fuori strada perchè non c’è nulla di orrorifico e non c’è un briciolo di tensione. Solo noia e sbadigli. Tutto ciò è dannatamente vero fino al minuto 80, dopodichè il film si ravviva e sembra come se il regista improvvisamente si sia svegliato e abbia capito cosa fare della sua opera. Ed ecco che la tensione e l’orrore vengono a galla.
In un crescendo di angoscia che va dall’uccisione di Teresa fino al finale assistiamo ad una lunga scena di “inseguimento”, che sembra più una partita a scacchi tra Irene e la direttrice M.me Fourneau tra i polverosi corridoi e le scalinate del collegio dove la tensione sembra tagliarsi col coltello, fino alla scena rivelatrice finale: Irene viene uccisa in soffitta e le sue mani amputate; l’assassino è ancora nei paraggi e se ne sente il rumore e quando M.me Fourneau cerca nello stanzino in mansarda scopre con orrore la verità: l’assassino è il figlio Luis.
Sebbene il colpo di scena non sia veramente tale dacchè i sospetti si appuntano su di lui fin dalla sua prima apparizione perchè è l’unico personaggio che, francamente, poteva essere il colpevole e perchè in qualche modo era legato alle ragazze uccise da legami di amicizia e/o amore (nell’uccisione della prima ragazza addirittura la lettera porta il suo nome, un dettaglio che poteva sembrare troppo ovvio per essere vero e che invece non lo è per nulla), le motivazioni e il suo modus operandi sono di per se agghiaccianti: un ragazzo cresciuto all’ombra della madre, che con lui intrattiene un rapporto morboso (la scena nella quale la madre parla al figlio vede i due in pose che non sono mai estreme ma fanno percepire un senso estremo di disagio e sembra sempre che i due possano effettivamente baciarsi in modo sensuale) e che lo incita a rinchiudersi nel suo appartamento, senza avere contatti con nessuno in attesa di una donna “come sua madre da giovane”, sviluppa infine un complesso di Giocasta così intenso che va oltre l’amore per la madre e si appunta sulla “creazione” di una nuova donna che sia in tutto e per tutto come lei prendendo letteralmente “pezzi” da ogni sua vittima. Il ragazzo, un novello Frankenstein mostrerà compiaciuto la sua creature che è riuscito a tenere nascosta grazie (probabilmente) all’omertà della servitù e degli inservienti: l’unica cosa che manca alla sua creazione è un’anima e per far sì che l’abbia, rinchiude la sua vera madre con la creatura affinchè per un ipotetico “contatto” possa animarla e farla diventare reale.
Il film è incredibilmente sbilanciato e vede i primi quattro quindi di film ad un ritmo atrocemente lento, monotono e stancante quasi e anche più di quanto sia buio e lugubre il collegio, mentre il restante quinto risulta accelerato e anche senza il colpo di scena diventa interessante e in parte riabilitante. Il rapporto madre e figlio che va a braccetto con il topos classico di eros e thanatos è ha analogie, oltre che con il già citato Frankenstein, anche con il capolavoro di Alfred Hitchcock “Psycho” (1960) sebbene in questo caso gli omicidi abbiano un movente diverso e il rapporto con la madre sia su tutto un altro piano. Per quanto riguarda l’eros, il collegio-castello, simbolo di quell’horror gotico che era la moda degli anni ’60, si spoglia del suo essere dimora di spettri e di creature fantastiche e paurose e diventa una mera metafora della repressione moralistica di ogni sessualità: il giovane Luis non può vedere nessuna donna, le stesse ragazze si fanno le docce vestite e desta scalpore l’unica ragazza che contravviene alle regole e si spoglia, la scena di sesso con il legnaiolo, sebbene mai mostrata è resa divinamente con i primissimi piani delle reazioni delle ragazze nel collegio e nel riecheggiare degli urli dei due amanti nelle orecchie e negli occhi di tutti, in una tensione sessuale che non potrà mai scaricarsi. Alcuni hanno voluto vedere nel collegio governato dalla inflessibile M.me Fournot un’allegoria (e una critica) ai sistemi totalitari e questo può essere anche in parte vero (nel 1969 la Spagna era nel pieno del franchismo), ma francamente per il mio modesto punto di vista ciò che emerge da 90 minuti di visione ha a che fare più con la repressione sessuale e la disfunzionalità dei rapporti madre-figlio.
Scena imperdibile
La scena dell’uccisione della ragazza nella serra è una piccola chicca. Non tanto perchè è cruenta o paurosa o inaspettata, ma più per il rallenty e il sottofondo di musica tanto strano quanto azzeccato, con un espediente che sarà usato in altri film come “Non si Sevizia un Paperino” (1972) di Lucio Fulci e “Cannibal Holocaust” (1979) di Ruggero Deodato.
Citazioni
Eccola qui: le mancavano solo le mani. Irene aveva le mani uguali alle tue. Piccole ma forti. Il vestito l’ho preso tempo fa, quando ho deciso di fare una ragazza uguale a te e degna di me. Adesso ha tutto di te: i capelli biondi come i tuoi e gli stessi occhi, quelli di Isabella erano molto simili ai tuoi. Tu hai sempre detto che avrei avuto una donna come te quando eri giovane, e finalmente ce l’ho. Ora devi insegnarle ad aver cura di me come hai fatto tu e ad amarmi come mi hai sempre amato.
In definitiva
Un film che sembra una cosa ed è un’altra, parte male, prosegue peggio, ma finisce in crescendo. Alla fine si rivela essere una crudele allegoria della morbosità dell’amore in tutte le sue forme e come la repressione possa contribuire a farla detonare.
Valutazione
| Regia | 7 | |
| Trama | 6 | |
| Recitazione | 7 | |
| Il giudizio di MoviesTavern (vale doppio!) | 7 | |
| Voto complessivo | 6,8 |




